Inferno a Beirut, «la fine del mondo in pochi secondi»

Attacco a sorpresa su Beirut: città devastata, ospedali saturi e nuovi timori per la tregua.
BEIRUT - L'inferno è precipitato su Beirut all'improvviso, in una giornata che fino a poche ore prima aveva il sapore leggero della tregua tra Iran e Israele e dell'aria di primavera. Poco dopo le 14, mentre molti erano a pranzo e altri bloccati nel traffico di metà giornata, e mentre migliaia di sfollati aspettavano notizie su un possibile ritorno nelle loro case, la città è stata colpita senza preavviso.
"In pochi minuti tutto è venuto giù, non sapevamo dove scappare, un boato seguito a un altro, poi il buio, calcinacci ovunque, sirene e grida. Ho visto la fine del mondo in pochi secondi", racconta all'agenzia italiana ANSA al telefono un testimone. Quello che molti descrivono come un "colpo di coda" di Israele, "incapace di vincere contro Hezbollah", si è abbattuto senza i consueti ordini di sfollamento forzato. "Se la prendono con i più deboli perché non sanno vincere questa guerra".
Sono state colpite abitazioni, negozi, rotonde, caffè, garage, ristoranti e luoghi di ritrovo. Sotto attacco anche gli assembramenti di sfollati sul lungomare, il porticciolo di Ayn Mreisse, il quartiere di Tellet el-Khayyat e quello popolare di Musseitbe. Colpita anche la zona del faro di Manara, affacciata sul Mediterraneo. Presa di mira la zona esclusiva di Ayn et-Tine, dove c'è la residenza dell'inamovibile presidente del parlamento, Nabih Berri.
"Questo è il prezzo della resistenza", dice al telefono all'ANSA Naji, dal viale Mazraa, una delle arterie più trafficate di Beirut e che taglia la capitale da est verso ovest, collegando i quartieri a maggioranza cristiani da quelli più vicini al mare, connotati come zone a maggioranza musulmana. "Qui ci sono tutti, siamo tutti libanesi", afferma Hisham, negoziante di Mar Elias. "Israele sa che non può sconfiggere il partito e se la prende con tutti noi. Ma così siamo ancora più convinti di resistere". Come altri, Naji racconta di essere rimasto sveglio fino a notte inoltrata seguendo le notizie sui negoziati tra Stati Uniti e Iran.
"Siamo andati a dormire pensando che questa roulette si fermasse almeno per un po'. La mattina era stata diversa, più movimento, qualcuno si preparava a tornare a casa". Il riferimento è a oltre un milione di sfollati dal sud, dalla periferia sud della capitale e dalla Bekaa. Ma alle 14, secondo fonti locali, più di 160 ordigni sono stati sganciati quasi simultaneamente, non solo su Beirut ma anche nel sud e nella Bekaa. "È come un tiro al piccione, siamo in trappola", dice Rania scampata con la figlia a un raid sul lungomare. Secondo fonti mediche, si contano oltre 120 morti e quasi mille feriti. Molti presentano ferite da taglio e perdite massicce di sangue, mentre gli ospedali sono stati rapidamente saturati. "Era da quel maledetto 4 agosto che non vedevamo una cosa simile", racconta Amer, infermiere all'ospedale Hariri lungo la strada dell'aeroporto, riferendosi all'esplosione del porto del 2020.
Negli attacchi è morta anche Ola Attar, vedova di una delle vittime di quell'esplosione e tra le figure più attive dell'associazione dei familiari. "Le ambulanze arrivavano una dopo l'altra, senza sosta", dice Hala, infermiera dell'ospedale americano, vicino a una delle aree colpite. "Mi ha ricordato il 17 settembre", aggiunge, in riferimento all'attacco compiuto con i cercapersona da Israele nel 2024 contro quadri di Hezbollah. Furono uccise decine di persone, molti civili, e circa 4mila rimasero feriti, molti dei quali menomati a vita.



