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CANTONELa fuga verso sud e le prove «perdute»

16.12.21 - 10:43
Si è riaperto il processo per il delitto di via Valdani a Chiasso. Prosegue la requisitoria della procuratrice pubblica
tipress
La fuga verso sud e le prove «perdute»
Si è riaperto il processo per il delitto di via Valdani a Chiasso. Prosegue la requisitoria della procuratrice pubblica

LUGANO - Il sopralluogo e poi, il giorno successivo, l’uccisione del fiduciario Angelo Falconi. Un delitto avvenuto il 27 novembre 2015, tra le 18.33 e le 18.53, in un’autorimessa di Chiasso.

Ma da dove arrivava il tubo metallico che quella sera è stato utilizzato per colpire a più riprese la vittima? Ed era effettivamente spuntata anche un arma da taglio (mai ritrovata)? Sono questi gli aspetti su cui si è chinata, ieri, la procuratrice pubblica Marisa Alfier, che ipotizza l’accusa di assassinio nei confronti dei due imputati Pasquale Ignorato e il figlio 29enne.

Oggi davanti alla Corte delle Assise criminali di Mendrisio, riunita a Lugano e presieduta dal giudice Marco Villa, si è dunque riaperto il processo per il fatto di sangue di via Valdani. E prosegue la requisitoria della procuratrice, che ora parla della fuga dei due imputati dopo i fatti.

Quella sera i due si sono infatti rifugiati in Italia, a ridosso della frontiera. Il padre Pasquale presso un cugino, il figlio 29enne a casa della madre. E il giorno successivo i due si sono incontrati da un altro parente, a cui hanno chiesto in prestito una vettura per recarsi quindi a Ercolano, in provincia di Napoli.

La fuga è particolarmente sospetta per il figlio, che ancora oggi nega il suo coinvolgimento: sostiene di aver cercato di dividere il padre e la vittima, e di essersi poi allontanato. «Ma se lui non c’entra nulla, ne potevamo parlare. Invece è indiziato fino al collo» dice la procuratrice.

«Eravamo in difficoltà» - Una fuga verso sud che, lo sottolinea la procuratrice Alfier, ha fatto perdere tutta una serie di prove: «Non avevamo i vestiti degli accusati, non avevamo tracce organiche». I vestiti alla fine (un anno dopo) sono arrivati in Svizzera. Ma su questi non era presente nemmeno una traccia di sangue. Gli imputati sostengono di non essersi cambiati fino al momento dell’arresto del 1. dicembre. L’ipotesi è però che siano stati lavati, insiste l’accusa.

L’inchiesta è pertanto stata molto difficile, «perché una buona parte degli elementi concreti necessari non li avevamo» spiega Alfier. Anche prelievi urgenti sugli imputati, che sono stati ordinati dalle autorità italiane, sono stati effettuati a quattro mesi di distanza.

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