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BELLINZONA

«Il futuro è triste. Bellinzona ormai è un paese dormitorio»

È tempo di "Belli Sold Out", ma all’ombra dei castelli si moltiplicano le chiusure di negozi. E anche al San Giovanni si sta valutando di chiudere i battenti.
«Il futuro è triste. Bellinzona ormai è un paese dormitorio»
Davide Giordano - Tio/20Minuti
«Il futuro è triste. Bellinzona ormai è un paese dormitorio»
È tempo di "Belli Sold Out", ma all’ombra dei castelli si moltiplicano le chiusure di negozi. E anche al San Giovanni si sta valutando di chiudere i battenti.

BELLINZONA - Siamo solo a marzo. Ma da inizio anno in centro a Bellinzona quattro negozi hanno già chiuso o annunciato che chiuderanno i battenti. Tre in Viale Stazione, con Benetton, Prinzess e Al Pino Outdoor Apparel, e uno in zona Municipio, con Boutique Particolari. 

Intanto domani è in programma “Belli Sold Out”, e noi siamo andati a tastare il polso dei negozianti della capitale. 

«La cifra d’affari cala sempre di più», ci dice Daniele Ravina, titolare del negozio di abbigliamento e calzature San Giovanni di Bellinzona. «Da metà novembre fino a oltre metà di questo mese non abbiamo praticamente lavorato. Quindi sì, anche noi stiamo valutando la chiusura».

«Nessuno dice "vado a Bellinzona a fare shopping"» - E per Ravina, che fa il commerciante da ben 35 anni, è un duro colpo. «Il futuro in generale è triste. Il centro è vuoto, soprattutto la parte alta. Io ormai sono alla fine della carriera, ma mio figlio avrebbe voluto portare avanti l’attività. La realtà però è che questa non è una città ma un paese dormitorio. La gente viene, lavora e la sera torna a casa. Il sabato e la domenica è tutto vuoto, non c’è niente. Non è un posto che attira, nessuno dice più “vado in centro a Bellinzona a fare shopping”».

«Ognuno guarda al proprio portafoglio» - A pesare sono molteplici fattori e prevale un certo sconforto: «Oggi i giovani comprano online. Dai 14 anni fino ai 35 non abbiamo più clientela». La gente, inoltre, sembra avere sempre meno voglia di spendere: «Noi proviamo a tenere prezzi concorrenziali, però la situazione economica è quella che è. E giustamente ognuno guarda al proprio portafoglio».

«Belli Sold Out? Non ha senso» - I costi fissi, intanto, restano da capogiro: «Noi paghiamo 6’500 franchi al mese di affitto, una cifra da centro commerciale pieno da mattina a sera, non da spazi senza gente», sottolinea Ravina.

E anche la formula di Belli Sold Out non convince: «Stiamo iniziando la stagione, dobbiamo vendere i prodotti nuovi, non tornare indietro a liquidare o fare promozioni. Sono cose che non hanno senso: i saldi hanno un periodo preciso e quello va rispettato».

Anche secondo Cristiano, gerente della Botteguccia di Bellinzona, quello attuale è un momento difficile «per tutti e un po’ dappertutto». 

«Si fa fatica» - «Sono un paio d’anni che si fa fatica», spiega. «Noi andiamo avanti finché possiamo e cerchiamo di resistere. Ci auguriamo che aumenti il flusso di gente e che le persone siano più invogliate a comprare. Certo, vedere i negozi chiusi non è un bel segnale ma speriamo che questi spazi vengano occupati da altri esercizi». 

Anche per Cristiano, ad ogni modo, Belli Sold Out non ha un impatto significativo. «Sono manifestazioni che si fanno due volte all’anno e che a mio parere non aiutano molto. Però partecipiamo lo stesso e vediamo se riusciamo a portare a casa qualcosa». 

«Il nostro lo facciamo, ma non basta» - E lo sguardo si rivolge alla politica e ai colleghi del settore. «Bellinzona, come tanti altri centri, ha bisogno di più manifestazioni, di qualcosa che attiri la gerente. Noi il nostro lo facciamo, ma non basta. Serve anche il coinvolgimento del Municipio. Anche gli altri negozianti però dovrebbero provare a rinnovarsi, anche solo con una vetrina curata. Non tutti lo fanno».

«Una situazione allarmante» - Per Claudia Pagliari, proprietaria della Boutique Particolari (che chiuderà a maggio) e presidente della Società commercianti di Bellinzona, la situazione è «allarmante». «Ma non solo a Bellinzona, a livello mondiale». 

«L'online conta tanto e ci sta portando via una grande fetta di mercato», spiega. «Nel frattempo purtroppo gli affitti vengono ancora stabiliti con un'idea del centro che rende tanto. E questo forse andrebbe ridimensionato». 

«Vogliamo ricordare alla gente che ci siamo» - Belli Sold Out, in tutto questo, per Pagliari non è la soluzione definitiva, ma rappresenta un tassello da mettere insieme a tanti altri. «Vogliamo fare in modo che la gente si ricordi che abbiamo una città bellissima, con tantissimi negozi che offrono di tutto. Belli Sold Out serve per promuovere tutti i commerci, quelli di Viale Stazione, ma anche quelli fuori dal centro».

«Con il Covid sono iniziati i problemi» - Per qualcuno, però, è già troppo tardi. Athos Gianatti, titolare del negozio di abbigliamento sportivo Al Pino Outdoor Apparel, chiude a fine mese. 

«Purtroppo dopo cinque anni è arrivato il Covid, e da lì sono iniziati i problemi», ci dice. «Non potevamo più permetterci le due commesse e c’è stata una regressione della cifra d’affari, mentre gli affitti sono rimasti invariati. Forse a mancare è stato anche il ricambio: siamo una città troppo piccola per avere sempre nuova clientela». 

Per Gianatti, fortunatamente, il negozio rappresentava solo un’attività accessoria che portava avanti a margine del suo lavoro principale. «L’idea era quella di costruire qualcosa anche per i nostri figli: se avesse funzionato, poteva diventare un’attività per loro». 

«Il Viale è in forte degrado» - Intanto Daniela Loisi, che con il suo Room18 condivideva gli spazi con Al Pino, è pronta a spostare il suo negozio in zona Municipio. «Il Viale Stazione è in forte degrado», sottolinea, «non ci sono più attività commerciali ed è poco attrattivo. Inoltre gli affitti sono esorbitanti». 

«La gente passa ma non si ferma» - «In dieci anni di attività le cose sono cambiate moltissimo», continua. «Spero che in pieno centro, in via Teatro, ci sia un passaggio più "lento": qui sul viale vanno tutti di corsa, essendoci la stazione. La gente passa ma non si ferma». 

«C'è menefreghismo» - E la popolazione non sembra particolarmente sensibile ai problemi dei negozianti. «C’è menefreghismo. Quando sentono di una chiusura le persone arrivano e dicono “mi spiace”…ma fino a ieri dove andavano? Alla fine molti acquistano online, anche persone più adulte ormai, e questo mi fa rabbia. Perché sono proprio i clienti che dovrebbero aiutare a tenere viva la città e i negozi. Poi è chiaro: ognuno spende i propri soldi dove vuole, e questo lo capisco. Però di fatto non c’è un vero sostegno: ognuno guarda ai propri interessi», conclude.

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