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Il vostro amico parla di suicidio: ecco come comportarvi

Preoccupa l'aumento dei gesti estremi tra i giovani. Alyzée Haahtio, consulente di Stop Suicide: «Vi aiuto a riconoscere i campanelli d'allarme».
Depositphotos (photographee.eu)
Il vostro amico parla di suicidio: ecco come comportarvi
Preoccupa l'aumento dei gesti estremi tra i giovani. Alyzée Haahtio, consulente di Stop Suicide: «Vi aiuto a riconoscere i campanelli d'allarme».

BELLINZONA - Hanno tra i 15 e i 29 anni. Stando a uno studio dell'Osservatorio svizzero della salute, ogni anno sono tra i 30 e i 40 i ragazzi di quella fascia d'età che si tolgono la vita.

Alcuni casi toccano anche la Svizzera italiana. Ma come si può riuscire a intercettare per tempo i campanelli d'allarme? Alyzée Haahtio, responsabile della ricerca fondi e dei rapporti coi media per l'associazione romanda Stop Suicide, premette: «Il suicidio resta la prima causa di mortalità tra i giovani svizzeri. Prevenire il fenomeno è una responsabilità di tutti».

Perché i giovani svizzeri sono così fragili?
«I giovani non sono deboli. Questo luogo comune non solo è falso, ma anche pericoloso, perché rende invisibile la loro capacità di resilienza e mobilitazione».

La nostra società è basata su un contesto troppo esigente?
«I giovani di oggi vivono in un contesto particolarmente impegnativo. Con incertezze legate al futuro, pressioni per ottenere risultati, esposizione costante alle norme sociali, in particolare attraverso i social network, crisi sanitarie, climatiche o geopolitiche».

Un'indagine dell'Unicef ha dimostrato che l'8,7% dei giovani ha già tentato di togliersi la vita e che una percentuale significativa di giovani soffre di disturbi ansiosi o depressivi legati a esperienze di vita negative.
«Ma queste cifre non significano “debolezza” nei giovani, bensì un forte bisogno di riconoscimento, ascolto e sostegno adeguato. Questi dati dimostrano che, anche se il tasso di suicidi è in calo a livello nazionale, la questione della sofferenza psichica e dei comportamenti suicidi tra i giovani rimane una priorità di salute pubblica».

Stop Suicide/ Alyzée HaahtioAlyzée Haahtio e uno stand di Stop Suicide.

La vostra associazione è nata 25 anni fa dopo il suicidio di uno studente ginevrino. Si può fare davvero prevenzione?
«Certo. Noi andiamo nelle scuole, organizziamo eventi culturali e sportivi. Parliamo apertamente di suicidio. Cercando di fare capire ai nostri interlocutori che c'è sempre una soluzione anche di fronte a un momento di grave sofferenza. Trasmettiamo il concetto che quando qualcuno sta male è legittimo che chieda aiuto e che informi anche il suo entourage. La sensibilizzazione parte anche dai famigliari o dagli amici della persona sofferente».

Lei ritiene che questi metodi possano veramente aiutare a ridurre il numero dei suicidi?
«Beh, secondo l'Ufficio federale di statistica, tra il 2000 e il 2022 il numero di decessi per suicidio è diminuito della metà nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni».

Parliamo di segnali. In generale (non solo per quanto riguarda i giovani) quali sono gli indizi che dovrebbero allarmare?
«Il drastico cambiamento delle abitudini di una persona. Alcune si isolano e dormono eccessivamente. Altre non dormono più e sono iperattive. Occhio anche al cambio di alimentazione, al disinteresse verso le cose quotidiane, all'abuso di sostanze, alle difficoltà relazionali. Così come occorre prestare attenzione alle frasi inerenti la sofferenza o alle espressioni di malessere».

E se si trattasse unicamente di un modo per attirare l'attenzione?
«È sempre meglio preoccuparsi "per nulla" piuttosto che trascurare una sofferenza».

Quando si ha la consapevolezza di avere a che fare con un potenziale suicida come bisogna comportarsi?
«La prima cosa da fare è prendere sul serio queste parole o questi segnali. È fondamentale osare parlarne direttamente con la persona, senza giudicarla. Ascoltare, dimostrare di essere presenti e di preoccuparsi per lei è già un importante atto di prevenzione. È poi è importante non rimanere soli di fronte alla situazione, incoraggiare la persona a chiedere aiuto, in particolare professionale, e, se necessario, rivolgersi direttamente a risorse specializzate».

È opportuno attivare le risorse che circondano la persona sofferente, vale a dire genitori, parenti, amici, colleghi?
«Sì. Se si tratta di un giovane, è possibile coinvolgere l'istituto scolastico, ad esempio lo psicologo della scuola, creando una rete di sostegno attorno alla persona. Se avete domande o siete preoccupati, potete chiamare il 143 o il 147. I giovani possono anche avvalersi di forum come ciao.ch e ontecoucte.ch. Se si tratta di un'emergenza vitale, è possibile rivolgersi al pronto soccorso psichiatrico, al 144 o al 117».

Spesso chi pensa al suicidio si vergogna di farlo sapere in giro.
«Ma noi consigliamo ugualmente di attivare la cerchia di amicizie e di famigliari della persona. È importante che tutti possano dare un contributo e fare sentire calore umano a chi si trova in difficoltà. In casi particolarmente pesanti non c'è da esitare nel chiamare i numeri di emergenza. Sul momento può sembrare un gesto forte. Ma se serve a salvare la vita a qualcuno...»

Da tempo si dibatte su quanto sia opportuno parlare di suicidi sui media. Qual è la sua opinione?
«Il timore di emulazione è legittimo, ma non deve portare al silenzio. Il vero rischio sta in un trattamento sensazionalistico, dettagliato o romanzato dei suicidi. Io penso che il problema non sia se parlare del suicidio sui media o no. Ma come parlarne».

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