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CANTONE«Sceglieva di essere violento. C'era un regime del terrore in casa»

16.09.22 - 13:46
La procuratrice pubblica Pamela Pedretti ha chiesto 4 anni e 6 mesi di carcere
Depositphotos (Tinnakorn)
«Sceglieva di essere violento. C'era un regime del terrore in casa»
La procuratrice pubblica Pamela Pedretti ha chiesto 4 anni e 6 mesi di carcere

MENDRISIO - «L'imputato ha dei limiti cognitivi evidenti, ma non per questo non è in grado di comprendere ciò che fa, o distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato».

Ha giudicato così il 39enne kosovaro processato oggi a Mendrisio la procuratrice pubblica (pp) Pamela Pedretti, chiedendo che venga giudicato colpevole di tutti i capi d'accusa e che debba scontare una pena detentiva di 4 anni e 6 mesi. Oltre a ciò, l'accusa ha chiesto 50mila franchi di indennizzo per l'ex moglie (per torto morale) e 5mila franchi a testa per le figlie.

Per la pp, la sua colpa è «estremamente grave» e le sue azioni hanno avuto «gravi ripercussioni sulla salute della moglie e delle figlie», che stanno ora provando a farsi una vita a Neuchâtel. Il 39enne, poi, era influenzato da una visione subculturale della donna, «e la considerava proprietà del marito».

La perizia psichiatrica
«Solo la detenzione», ha poi aggiunto la patrocinatrice delle vittime, Deborah Gobbi, «può servire all'imputato per comprendere che la legge va rispettata». «È un individuo che sceglie di essere sistematicamente violento», ha poi continuato, «deve comprendere che la sua cultura è superata, che la donna va rispettata, che la violenza è punita severamente e che la prigionia è realtà». Per questo «la pena dev'essere esemplare».

La perizia psichiatrica effettuata sull'imputato ha rivelato una scemata imputabilità di grado lieve. Secondo il rapporto, vi «sarebbe un importante rischio di recidiva se avesse una nuova famiglia», e per questo viene proposto un trattamento ambulatoriale (per cui l'imputato si è detto d'accordo).

«Dieci anni di terrore»
Tornando alla vicenda, una svolta, secondo Pamela Pedretti, è stato il trasferimento a Neuchâtel avvenuto nel 2018 (poiché l'imputato aveva un'offerta di lavoro, annunciatagli da un parente).

Se la moglie «avesse continuato a vivere a Lugano, dove non aveva nessun famigliare e nessun amico, non avrebbe mai trovato il coraggio di fare quanto fatto in Svizzera francese. Nell'agosto del 2018, dopo l'ennesimo episodio di violenza (questa volta nei confronti della figlia che aveva pochi anni) è infatti riuscita a denunciare».

In Ticino, sempre per l'accusa, «la donna ha vissuto terrorizzata per dieci anni, subendo numerose vessazioni e temendo che raccontando tutto le conseguenze sarebbero state drammatiche». Secondo quanto emerso dagli interrogatori delle vittime, l'imputato avrebbe «detto alla moglie "se racconti qualcosa uccido te e le bambine", e così l'ha tenuta in scacco» ha aggiunto la pp.

La testimonianza della figlia
Anche la prima delle due loro figlie, che allora aveva 11 anni, ha confermato le violenze quando è stata interpellata dalle autorità, ha ricordato Pamela Pedretti, citando le sue parole: «Il papà picchiava sempre la mamma, quando ad esempio gli dava fastidio facendo rumore. Ero sempre triste in Ticino, c'era sempre il papà che rompeva qualcosa o picchiava qualcuno». 

La moglie, per la procuratrice pubblica, è stata genuina e trasparente: ha ricordato di rapporti consensuali, e ha detto che il marito non era sempre stato così violento e irascibile, che all'inizio erano innamorati, e che le cose sono cambiate quando è rimasta incinta in Svizzera.

A livello medico è stata giudicata «ansiosa, con sintomi depressivi, e le è stato diagnosticato uno stato di stress post traumatico, riconducibile ai comportamenti aggressivi del marito», ha infine concluso la patrocinatrice, «la violenza ferisce l'anima, il ricordo e il dolore non svaniranno. È stata una madre dal cuore immenso e una donna che merita giustizia, giustizia che però non le darà indietro i giorni e la libertà perduta».

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