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LIBANOStudenti SUPSI tra le macerie di Beirut

24.07.22 - 20:00
Un palazzo distrutto dall’esplosione e una ricca collezione d'arte rimessi a nuovo grazie a una classe ticinese
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Studenti SUPSI tra le macerie di Beirut
Un palazzo distrutto dall’esplosione e una ricca collezione d'arte rimessi a nuovo grazie a una classe ticinese

BEIRUT - Le volte delle grandi sale rovinate, l’intonaco distrutto e le crepe sui muri, ecco cosa hanno trovato gli studenti di conservazione e restauro della SUPSI arrivati al palazzo Sursock di Beirut. Una residenza storica della capitale libanese rimasta danneggiata gravemente dopo la doppia esplosione al porto avvenuta il 4 agosto 2020. La ricostruzione della città è infatti ancora in corso. Molti quartieri ed edifici storici, grazie agli sforzi delle diverse ONG private, sono stati ricostruiti. I segni della tragedia però rimangono ben visibili in vari quartieri della capitale libanese.

Un gruppo di studenti della SUPSI (Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana) di Mendrisio, rientrato in Ticino settimana scorsa, ha partecipato durante cinque settimane al progetto di restauro del palazzo Sursock. «La realtà libanese ci ha subito conquistato, è una cultura molto affascinante» esordisce Filippo, studente ticinese del primo anno. Il Sursock è il fiore all’occhiello dell'architettura libanese. Costruito nel 1860, è ancora una dimora privata che contiene una ricca collezione di opere d'arte. Purtroppo le sue vetrate antiche sono andate a pezzi a seguito dell’esplosione e le sue sale sono ancora inaccessibili a causa dei danni alla struttura. 

Come è nato il progetto e la collaborazione con l'istituto libanese?
«Il viaggio è nato grazie alla collaborazione con l'associazione RestART Beirut, un fondo europeo che mira a recuperare le opere d'arte colpite dall'esplosione del 4 agosto. Il progetto che abbiamo appena concluso si inscrive in un programma di restauro molto più ampio» ci racconta Filippo. «L’idea è di trasformare il famoso palazzo in un museo privato, uno spazio per accogliere mostre ed esposizioni».

Quali sono state le mansioni che avete svolto al museo?
«La prima fase del progetto ha avuto luogo già a settembre dello scorso anno, quando un team di docenti della SUPSI si è recato a Beirut per un sopralluogo e per impostare il lavoro. Principalmente ci siamo occupati della messa in sicurezza delle decorazioni della hall centrale, il "cuore" della casa e delle sale adiacenti. L'edificio presenta lesioni strutturali e distacchi superficiali lungo le pareti e sul soffitto. La fase successiva, da eseguire dopo che verranno conclusi i lavori di consolidamento della struttura architettonica, sarà rivolta a stabilizzare le decorazioni e a procedere con le successive operazioni di conservazione come la pulitura, la reintegrazione delle parti mancanti e il ritocco pittorico». 

Come si è sviluppata la collaborazione con l’equipe libanese?
«La cooperazione con gli studenti libanesi è stata ottima, anche se non sono mancate alcune complicazioni dovute alle differenze culturali. Abbiamo portato un sistema accademico diverso dal loro ed è stato necessario qualche giorno per poterci coordinare al meglio. Proprio questo aspetto ha però arricchito ulteriormente la nostra esperienza. In totale, sono stati cinque i ragazzi che si sono uniti al nostro gruppo provenienti da varie istituzioni universitarie della città e con cui abbiamo costruito un ottimo rapporto. Per loro il restauro del palazzo acquistava un significato profondo: era il loro contributo alla rinascita della città. Capivamo che stavano lavorando in un luogo simbolico a loro molto caro». 

Quali sono state le maggiori difficoltà che avete incontrato?
«Le difficoltà maggiori che abbiamo incontrato sono state legate alla disponibilità dei materiali. Ci sono volute settimane per esempio prima di riuscire a recuperare delle viti da un ferramenta. Questo viaggio oltretutto era stato programmato per febbraio 2022, ma proprio per la mancanza di gesso e stucco, il progetto era stato rimandato all’ultimo momento». 

Il museo è di proprietà della famiglia Sursock che ha supervisionato i lavori di restauro, avete avuto modo d'incontrare i familiari? 
«Abbiamo potuto conoscere la famiglia Sursock in modo personale, ci hanno riservato un’accoglienza molto calorosa. Abbiamo percepito inoltre la gratitudine nei nostri confronti per il contributo ai lavori di restauro. Sono rimasto colpito in particolare dalla sensibilità della moglie, nelle sue parole traspariva ancora l’amarezza e il dispiacere del dramma occorso due anni fa. L'esplosione è una ferita ancora aperta per molti libanesi». 

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