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PARADISO
15.03.2019 - 09:020
Aggiornamento : 11:45

«Così la mia vita è cambiata su quel ponte di legno»

Una caduta dalla bicicletta stravolge l’esistenza di Mario Giubbilei, rimasto tetraplegico. Oggi la storia del cinquantunenne è un messaggio di forza che gira per tutta la Svizzera italiana

PARADISO – Un secondo, due vite. Il secondo è quello che, il 26 dicembre del 2015, ha stravolto per sempre l’esistenza di Mario Giubbilei, 51 anni tra pochi mesi. Quel giorno, durante una normale escursione, la ruota della sua bicicletta si incastra in un asse di legno, su un ponte a Sigirino. Mario si capovolge. Picchia la testa. E resta tetraplegico. Oggi vive alla residenza Paradiso, è uno degli ospiti di “lunga degenza” in una struttura per anziani che di recente ha tagliato il traguardo dei 25 anni di attività. E Mario è stato tra i protagonisti dei festeggiamenti, raccontando la sua storia pubblicamente. «In realtà – spiega – è già da tempo che giro il Ticino, portando la mia testimonianza. È la mia missione. Dare voce a chi pensa di non avere più possibilità nella vita».

Lo “smile” di fronte al letto – Nella sua stanza, la numero 104, spiccano due maglie dell’Hockey club Ambrì Piotta. E un enorme “smile” sulla parete di fronte al letto. Sul quadro c’è la scritta: “Sorridi, e il mondo sorride con te”. «Quel giorno, sul ponte di legno, non ho mai perso conoscenza. Ho capito subito cosa stava capitando e che non avrei più potuto camminare. Non ho mai mollato però. Soprattutto per mio figlio, che oggi ha sedici anni. È il mio orgoglio. La fase di riabilitazione, a Nottwil e a Brissago, è stata lunga. Ho pure fatto il tentativo di tornare a casa mia, a Cureglia. Il problema, però, è che necessito di troppe cure, di tanta assistenza. Ecco perché alla fine sono arrivato qui».

Il valore degli amici – Lo scorso anno Mario era, in qualche modo, già finito sui media. Due suoi amici si erano recati in bicicletta fino a Capo Nord, con l’obiettivo di raccogliere fondi per rendergli la vita migliore. «Gli amici stretti mi sono stati vicini dopo l’incidente. Altri, al contrario, non si sono più fatti vivi. Ma non giudico nessuno».

Una struttura attrezzata – Mario non è l’unico ospite di lunga degenza alla residenza Paradiso. «Siamo in una decina. Persone che hanno avuto incidenti o che sono state vittime di ictus. È un luogo molto bene attrezzato per le persone con handicap. Anche se poi, in generale, noto che in Ticino siamo un po’ indietro a livello di infrastrutture per disabili».

La via della resilienza – Il cinquantunenne originario del Mendrisiotto, tuttavia, non si piange addosso. «Mai. Ci vogliono forza e dignità. L’ho imparato da mio papà, morto pochi mesi dopo il mio incidente e seguito, quasi a ruota, un anno dopo, dalla mamma. In una situazione del genere non hai tante vie di scelta. O ti fermi e ti deprimi, o vai avanti. Io ho scelto la via della resilienza, della sopportazione del dolore. Questo non significa che sono diventato un super uomo. Ho ancora anche io i miei momenti bui. Ma chi non li ha? Non ho mai conosciuto una persona che si possa definire completamente felice».

Un tempo pensava alla carriera – Lo chiamano nelle scuole, lo cercano per serate pubbliche. Mario ha trovato un nuovo “scopo” nella sua vita. «Ho cambiato completamente prospettiva. Nella mia vita precedente lavoravo per le ferrovie. Badavo anche alla carriera. A pensarci, oggi, mi viene da sorridere. Perché la vita può davvero cambiare in un’istante. E allora ti rendi conto che forse potevi trascorrere il tuo tempo diversamente, magari pensando un po’ meno al lavoro e dedicandoti di più agli affetti, alla famiglia».

Senza presunzione – Un cinquantunenne che abita in una casa per anziani. Come ci si sente in una condizione così singolare? Mario è sincero. «Fa strano, chiaramente. Piano piano, però, mi sono accorto che le mie testimonianze in giro per la Svizzera italiana un po’ danno voce anche a queste persone, spesso dimenticate. Senza volere essere presuntuoso. Io non ho assolutamente l’ambizione di cambiare il mondo. Ci mancherebbe. Faccio quello che posso, nel mio piccolo».

Il sogno di un abbraccio – Una cosa, Mario, la vuole chiarire. «Non accetterò mai veramente il mio stato di salute. Nel senso che accettarlo significherebbe arrendersi. Io, invece, voglio lasciare aperta la porta della speranza. Magari, un giorno, salta fuori una cura che mi permette di migliorare. E allora la sperimenterei. Ci sono tante cose che mi mancano nel mio passato. Forse la cosa che più mi manca è quella di potere abbracciare mio figlio come facevo una volta. Ecco, voglio sognare. Voglio provare a credere che questa cosa, un giorno, potrò tornare a farla».

Commenti
 
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pillola rossa 1 anno fa su tio
Grazie per la bella testimonianza
centauro 1 anno fa su tio
hai un immenso coraggio e positività raggiante, io sono sicuro che non potrò mai essere come te nella situazione che condividi!
volabas 1 anno fa su tio
Grande coraggio, tuo figlio puo' essere orgoglioso di avere un padre cosi. Non mollare e anche se non ti conosco un abbraccio
leopold 1 anno fa su tio
Grande Persona. Grande esempio!
elvicity 1 anno fa su tio
Complimenti Mario... esemplare!
Maxy70 1 anno fa su tio
Grande esempio, che persona di valore!
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