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03.12.2017 - 16:240

«I miei soldi sono bloccati, eppure sono stato prosciolto»

L'odissea di Roberto Rivera, ex trader italiano attivo in Ticino, pare non finire mai. E dall'Italia giungono accuse verso il sistema giudiziario ticinese e i suoi attori

BELLINZONA - La vicenda di Roberto Rivera, ex trader italiano di Lehman con diversi interessi in Ticino, continua ad avere diversi lati oscuri. A quasi dieci anni dall’inizio della procedura giudiziaria nei suoi confronti emergerebbero addirittura - stando al “Corriere della Sera” - «domande sulla credibilità del Canton Ticino come destinazione di miliardi di euro di risparmi delle famiglie italiane» e accuse all’ex procuratore pubblico Marco Bertoli (per la cronaca la persona incaricata dal Governo ticinese in ottobre per effettuare la perizia esterna sul caso Argo 1).

I fatti - Nel dicembre del 2008, crollata Lehman, la procura di Lugano aveva notato l’esplosione di valore di un comparto dedicato a Rivera in un fondo che operava tramite la Aston Bank, banca ticinese che sarebbe fallita in quegli stessi mesi, nel caos della crisi finanziaria. A causa degli alti rendimenti di Rivera, i magistrati di Lugano avevano ipotizzato che l’italiano avesse sottratto fondi a Aston Bank. Contro di lui era dunque scattato il sequestro del patrimonio con l’accusa di amministrazione infedele, appropriazione indebita e riciclaggio.

Dopo le indagini, nel 2015 la procura, nonostante i periti avessero certificato che le operazioni di Rivera fossero tutte trasparenti e a prezzi di mercato, anziché proscioglierlo gli chiese di pagare «un milione o anche di più» per ottenere il dissequestro dei propri beni. Cifra che Rivera non paga.

Dopo varie vicissitudini, si arriva dunque al mese scorso, quando la Corte dei reclami penali del Ticino ha riconosciuto a Rivera la «denegata giustizia»: a nove anni dal sequestro del patrimonio la procura di Lugano non aveva fornito «sufficienti indizi di colpevolezza». Eppure la Corte dei reclami non ha mai disposto il dissequestro degli otto milioni di euro di Rivera, neanche dopo aver espresso dubbi sulla legittimità del blocco.

Le conversazioni - Rivera ha quindi sempre più l’impressione di essere soggetto a pressioni a pagare in modo da essere prosciolto e poter recuperare quanto resta del proprio patrimonio. Nella registrazione effettuata nel maggio 2016, l’ex procuratore ticinese Bertoli (avvocato di Rivera) al suo cliente: «Quando ti viene la grande rabbia, che vuoi sparare alle montagne, pensa che ci sono queste eventuali altre...». Rivera chiede chiarezza: «Supponiamo che io accetti e paghi questo milione... Cioè dobbiamo chiuderci in un ufficio, fare la transazione, darci la mano?». «Sì - è la risposta dell’avvocato, ora leggibile in una registrazione giurata-. Dovete piantarvi due schiaffoni e dire: da qui in avanti siamo amici».

Quello non sarebbe rimasto l’unico accenno a una richiesta di denaro a Rivera per chiudere il caso e sbloccare i suoi risparmi. In un’altra conversazione registrata del 7 novembre 2016 il procuratore di Lugano Andrea Gianini, titolare del caso contro l’ex trader di Lehman, dice all’avvocato dell’imputato Massimo Riccardi e a un perito di parte: «Lui non può dirmi che se ne frega. Lui deve venir qua a dire: “Io qualcosa lascio (...)”. E questo permette a me, al di là della morale di quello che dice lui (da nove anni Rivera si professa innocente, ndr), mi permette di giustificare una decisione di assoluzione». Più avanti Gianini aggiunge: «Quando ci sono i soldi di mezzo trovi l’accordo dappertutto».

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