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17.01.2020 - 10:460

I migranti vulnerabili non più rimandati in Italia

Il Tribunale amministrativo federale ha emesso restrizioni per i trasferimenti di famiglie e persone con gravi problemi di salute

di Redazione
ats

SAN GALLO - Famiglie di richiedenti asilo, oppure singoli individui seriamente malati, possono essere rinviate in Italia dalla Svizzera nell'ambito della procedura di Dublino solo se Roma garantisce per queste persone una presa a carico adeguata. La sentenza non può essere impugnata.

È quanto deciso dal Tribunale amministrativo federale (TAF) di San Gallo in una sentenza pubblicata oggi, basandosi sul decreto Salvini del novembre 2018. Stando a questa legge, le persone che rientrano tra i casi Dublino vengono trasferite in centri di prima accoglienza oppure centri di emergenza temporanei.

Questi richiedenti asilo, secondo la corte sangallese, non avrebbero più diritto ad essere trasferiti in un piccolo centro nell'ambito della seconda fase. In questi centri, secondo la corte, famiglie e persone con gravi problemi di salute ricevono un'assistenza adeguata.

Trasferimenti di richiedenti asilo in Italia, nell'ambito del regolamento di Dublino, sono tuttavia ancora possibili, secondo il tribunale poiché, nonostante il decreto Salvini, il sistema di accoglienza italiano non presenta criticità sistematiche. La presa a carico di base durante la procedura di asilo è infatti garantita.

Il precedente - La sentenza ricorda una vicenda risalente al 2014. Il 4 novembre di quell'anno la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo (CEDU) stabilisce che l'Italia non offre sufficienti garanzie ai richiedenti l'asilo e che la Svizzera non può quindi rinviare una famiglia di rifugiati nella Penisola, a meno di non aver ottenuto dalle autorità italiane indicazioni su come si sarebbero presi cura delle persone in questione, nel caso concreto una famiglia di afghani di 8 persone - padre e madre e sei figli - che all'epoca vivevano a Losanna.

La famiglia - allora con cinque figli - era sbarcata sulle coste calabresi nel luglio 2011, proveniente da Pakistan, Iran e Turchia. In base al Regolamento Dublino i suoi componenti furono immediatamente sottoposti a procedura di identificazione, iscritti nella banca dati Eurodac, per poi essere trasferiti in un centro di accoglienza a Bari.

Senza autorizzazione i sette lasciano però la Puglia, raggiungendo l'Austria, dove vengono nuovamente registrati in Eurodac e dove presentano domanda d'asilo, poi respinta dalle autorità di Vienna. Nel 2011 l'Austria chiede all'Italia di seguire il dossier, richiesta in seguito accolta. Nel frattempo però la famiglia si era spostata in Svizzera, dove presenta lo stesso anno istanza d'asilo.

Nel gennaio 2012 l'allora Ufficio federale della migrazione (UFM) decide di non prendere in considerazione la domanda: in base a Dublino spetta infatti all'Italia esaminare la questione. L'UFM ordina perciò il rinvio dei rifugiati nella Penisola. A questo punto, la famiglia presenta ricorso, temendo che in Italia le condizioni di vita sarebbero inadatte, soprattutto per i bambini, ottenendo ragione dalla CEDU.

L'intesa con l'Italia - In conseguenza della sentenza, lo stesso mese di novembre 2014 la Svizzera ottiene dall'Italia, nell'ambito di un accordo sottoscritto con Roma, che le autorità della penisola si sarebbero impegnate a fornire garanzie individuali per ciascun caso di rinvio, in relazione al mantenimento dell'unità familiare e all'adeguato accoglimento dei bambini.

L'intesa venne rivelata dalla televisione svizzero tedesca SRF e poi confermata dall'UFM. All'epoca, Mario Gattiker, alla testa dell'UFM poi diventata Segreteria di Stato della migrazione, aveva giudicato l'accordo semplice e pragmatico. A suo avviso l'Italia disponeva sicuramente di strutture d'accoglienza adatte.

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