U. Büntgen
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15.05.2019 - 14:050

Le foreste contribuiscono meno del previsto alla mitigazione dei cambiamenti climatici

Con l’aumento delle temperature gli alberi crescono sì più rapidamente, ma muoiono anche più giovani, riportando così nel ciclo del carbonio, e dunque nell’atmosfera, il carbonio che avevano catturato

BERNA - Se è vero che con l’aumento della temperatura terrestre gli alberi crescono più rapidamente, d’altro canto il cosiddetto tempo di permanenza del carbonio, ovvero il lasso di tempo in cui stoccano il carbonio, si riduce. Questi risultati, pubblicati sulla rivista specializzata Nature Communications, hanno una grande importanza in relazione all’effetto serra, comunica oggi l'Istituto federale di ricerca WSL. 

Durante la fotosintesi gli alberi e le altre piante assorbono l’anidride carbonica, un gas serra, dall’atmosfera e con il carbonio che contiene costruiscono nuove cellule. Gli alberi che vivono a lungo, come i pini di alta montagna e altre conifere delle foreste dell’estremo nord, possono stoccare il carbonio per secoli. 

Depositi di carbonio solo per poco tempo - «Se il pianeta si riscalda, le piante crescono più velocemente. Si potrebbe dunque pensare che piantando più alberi sia possibile assorbire maggiori quantità di carbonio dall’atmosfera», afferma il professor Ulf Büntgen dell’Università di Cambridge e membro dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio WSL, principale autore dello studio. In effetti, numerosi programmi per la tutela del clima, come ad esempio la «Bonn Challenge», partono dal presupposto che il rimboschimento contribuisca ad assorbire i gas serra dall’atmosfera e dunque a frenare il cambiamento climatico. «Questo è vero solo in parte. Vi è un rovescio della medaglia che finora è stato poco considerato, ovvero che gli alberi che crescono rapidamente stoccano il carbonio per periodi più brevi.» 

Büntgen studia le condizioni climatiche del passato osservando gli anelli annuali degli alberi, che sono unici e inconfondibili come le impronte digitali: la larghezza, la densità e l’anatomia di ciascuno di questi anelli contengono informazioni sulle condizioni climatiche in un determinato anno. Prelevando campioni di nucleo di alberi vivi e sezioni di alberi morti, i ricercatori possono ricostruire il comportamento passato del sistema climatico della Terra e comprendere come reagiscono gli ecosistemi alle variazioni di temperatura. 
Per questo studio, Büntgen e i suoi coautori provenienti da Germania, Spagna, Svizzera e Russia hanno prelevato campioni da oltre 1'100 pini di montagna dei Pirenei spagnoli, vivi o morti, e da 660 larici siberiani dei monti Altai in Russia, due regioni forestali d’alta quota incontaminate da millenni. Sulla base di questi campioni i ricercatori sono stati in grado di ricostruire la durata di vita complessiva e i tassi di crescita giovanile di alberi cresciuti in condizioni climatico-ambientali del periodo sia industriale sia pre-industriale. 

Vivere velocemente, morire giovani - I ricercatori hanno scoperto che condizioni climatiche fredde e rigide rallentano la crescita degli alberi, ma li rendono anche più forti e in grado di vivere più a lungo. Al contrario, gli alberi cresciuti più velocemente nei primi 25 anni di vita muoiono molto prima dei loro simili cresciuti lentamente. Tale correlazione negativa si è dimostrata statisticamente valida per i campioni di alberi vivi e morti in entrambe le regioni. Questa dipendenza tra tasso di crescita e durata di vita trova un corrispettivo nel regno animale: gli animali con frequenze cardiache più elevate tendono a crescere più rapidamente, ma vivono mediamente meno. 
«Volevamo testare l’ipotesi ‘vivere velocemente, morire giovani’ e abbiamo constatato che risulta vera per gli alberi delle zone climatiche fredde», ha dichiarato Büntgen. «Questo rapporto tra crescita ed età dei singoli alberi ha ripercussioni dirette sulle dinamiche del ciclo globale del carbonio.» 
L’idea di un «tempo di permanenza del carbonio» è stata inizialmente suggerita dal coautore Christian Körner, professore emerito presso l’Università di Basilea, ma questa è la prima volta che viene confermata da dati storici.

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