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05.06.2018 - 06:000
Aggiornamento : 08:20

Quando la privacy ti fa rinunciare a Netflix

Con i dispositivi digitali monitoriamo ogni aspetto della vita. Ma restiamo diffidenti sul trattamento dei nostri dati. I risultati di un sondaggio

LUGANO - Una persona su dieci rinuncia a Netflix o Spotify per questioni di privacy. C’è invece meno diffidenza nei confronti dei portali per lo shopping online e dei motori di ricerca, che - a differenza dei servizi di streaming - raccolgono un quantitativo maggiore di dati personali. È quanto emerge da un recente sondaggio che Sotomo, su incarico della Fondazione Sanitas Assicurazione Malattia, ha condotto online anche su Tio/20 minuti intervistando più di quattromila persone.

Intimoriti dal cloud - In un’epoca, quella attuale, in cui le nostre informazioni personali sono diventate un bene prezioso, si constata che in genere la tutela della propria privacy tende ad assumere un ruolo fondamentale soprattutto quando c’è in ballo un servizio online a cui si può facilmente rinunciare. Tra questi si conta, secondo il sondaggio, lo streaming. Sembrano invece essere irrinunciabili i motori di ricerca, i portali per lo shopping online e anche l’e-banking. Quasi il 20% degli intervistati (e in quest’ambito si tratta del dato più alto) mostra tuttavia ancora diffidenza nei confronti del cloud storage, cioè lo spazio di archiviazione online. Una diffidenza che si rileva in particolare tra chi utilizza meno applicazioni digitali.

Localizzazione disattivata - Mentre sul web si tende a non voler rinunciare ai servizi d’uso quotidiano, c’è molta più prudenza nell’impiego dello smartphone: il 72% delle persone dichiara infatti di aver disattivato determinate funzioni proprio per impedire il tracciamento dei dati personali. Si parla, in questo caso, soprattutto dei servizi di localizzazione (spenti dal 51% degli intervistati), della sincronizzazione con il cloud (47%) e l’accesso ai propri contatti.

La navigazione privata... fraintesa - Tra i più giovani, rileva ancora il sondaggio, è molto diffuso l’utilizzo della navigazione privata o in incognito. Questa funzione, che in sostanza impedisce il salvataggio sul dispositivo della cronologia e dei cosiddetti cookies, viene infatti sfruttata dal 62% degli under 25. Considerando tutte le fasce d’età, si constata comunque che viene utilizzata dal 48% degli interpellati. La maggior parte degli internauti più anziani è tuttavia convinta, erroneamente, che la navigazione privata impedisca la raccolta di dati da parte di terzi.

«Non ho nulla da nascondere» - Sul web sono sufficienti un “like”, un commento o una semplice ricerca per lasciare una traccia del proprio passaggio. Una traccia che può essere utilizzata da aziende terze per creare un profilo dell’utente, in particolare a scopi di marketing e per adattare l’offerta al potenziale cliente. Il 49% degli intervistati dichiara di non avere nulla da nascondere. Un’affermazione, questa, sostenuta soprattutto dai simpatizzanti dei partiti borghesi. Nella sinistra c’è invece maggior diffidenza.

Se la moglie legge le e-mail... - Ma a chi permettiamo di trattare i nostri dati personali? Chiaramente la preoccupazione principale è che la propria privacy venga violata da hacker o criminali. Ma se si prendono in considerazione i principali dati sensibili, si constata che nei rapporti di coppia o familiari il 35% degli interpellati teme in particolare che i messaggi vengano letti dal partner. Nello stesso ambito si rileva meno preoccupazione per le informazioni finanziarie o sanitarie.

Una vita monitorata

Il monitoraggio digitale della nostra vita è largamente diffuso in tutta la Svizzera, dove il 71% degli interpellati dichiara di aver già utilizzato almeno una volta un dispositivo per tracciare la propria attività fisica. In primis il contapassi che, come rileva il sondaggio di Sotomo, viene regolarmente impiegato dal 26% degli intervistati. Seguono le app o i dispositivi per il tracciamento di escursioni o prestazioni sportive. Al quarto posto si piazza il monitoraggio del ciclo mestruale (e in questo caso si parla del 17% delle donne interpellate). Soltanto in due casi queste registrazioni digitali portano comunque a un cambiamento delle proprie abitudini: soprattutto il conteggio dei passi e il tracciamento delle prestazioni sportive sembrano infatti essere in grado di motivare a una vita più sana.

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