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L'OSPITE - ARNO ROSSINI
15.01.2020 - 10:000
Aggiornamento : 13:09

700'000'000 (e passa) buttati nel... Il buio dopo Sir Alex

Barcellona e Real Madrid spendono e sollevano trofei. Altri invece, come il Manchester United... Arno Rossini: «I soldi aiutano ma da soli non bastano: per riempire la bacheca serve altro»

BARCELLONA (Spagna) - Il club di calcio più ricco del mondo? Il Barcellona. Il secondo? Il Real Madrid. Dopo la solita - attenta - analisi ai bilanci delle società del globo, Deloitte ha stilato la classifica dei paperoni del pallone. La graduatoria, che non sorprende, vede i catalani comandare con 840,8 milioni di euro di fatturato (escluse le transazioni di mercato). Seguono le Merengues a 757,3 milioni, il Manchester United a 711,5 milioni, il Bayern Monaco a 660,1 milioni e il PSG a 635,9 milioni. Più in basso, nella top ten, trovano poi spazio Manchester City, Liverpool, Tottenham, Chelsea e Juventus.

La graduatoria conferma l'equazione "soldi uguale successo". I due club con maggiori disponibilità economiche sono infatti quelli che, negli ultimi dieci anni, hanno vinto più Champions League, ovvero il trofeo più ambito. Poi però i conti non tornano.

«Questo perché i soldi aiutano, sono importantissimi, ma da soli non bastano per vincere - è intervenuto Arno Rossini - per riempire la bacheca serve altro».

Per questo motivo, per esempio, il potentissimo Manchester United è costretto a veder gli altri gioire?
«Esatto. I Red Devils hanno disponibilità enormi. Però da tanto non lasciano il segno in Premier (ultimo successo nel 2013) e Champions (vittoria nel 2008). Questo perché non stanno lavorando bene. E non sono fortunati».

Serve anche quello?
«Soprattutto quello. La buona sorte è importante, ma non la puoi controllare. Quel che invece puoi fare è mettere insieme una struttura societaria di primo livello. Fare in modo che l'organizzazione funzioni alla perfezione. Dopo Ferguson all'Old Trafford c'è invece stata solo grande confusione. Sir Alex era quasi invisibile sul campo, ma è stato in grado di mettere insieme un gruppo di lavoro importante. Negli anni è riuscito, scegliendo bene a livello strategico, a creare grande interesse attorno al club. Via lui, pur spendendo moltissimo, lo United è invece calato. L'allenatore conta, ma se la società non è forte...».

Questo significa che, oltre a nuotare nell'oro, Barça e Real fanno le scelte giuste?
«Sono semplicemente più organizzati dei Red Devils. Entrambi hanno dirigenti capaci e in grado di svolgere al meglio il loro lavoro. Questo nonostante la filosofia seguita sia diversa. I primi puntano tanto su una Cantera che continua a produrre campioni. I secondi si affidano al mercato».

Altro conto che non torna nella classifica di Deloitte riguarda, in generale, la Premier League. È di gran lunga il campionato più ricco, nel quale si muovono i club che più possono spendere. Otto dei primi venti della graduatoria dei paperoni giocano infatti oltremanica. Negli ultimi dieci anni ha però visto "solo" cinque volte una sua squadra prendere parte alla finale di Champions. Bundesliga (quattro) e Serie A (tre) hanno fatto solo poco peggio, pur non avendo tutti quei quattrini.
«Stiamo parlando di una Lega molto stressante, nella quale si gioca moltissimo e a ritmi elevatissimi. Alla lunga molti giocatori perdono lucidità. E questo si vede anche quando in campo c'è l'Inghilterra. In una recente intervista Gareth Southgate, selezionatore della nazionale inglese, ha ammesso che prima di una grande manifestazione, con i suoi giocatori è inutile fare allenamento. Meglio fare "scarico", cercando di far recuperare loro le forze per poi provare a "ricaricare" con calma».

Il Liverpool sembra non soffrire i tanti impegni. Vince e convince.
«Perché, per ripeterci, ha una struttura molto importante, che funziona a meraviglia, e anche un sistema di gioco collaudato e consolidato. Come giocano i Reds?».

In velocità?
«La fase di transizione tra difesa e attacco è molto veloce. Innescano i tre là davanti, Salah, Firmino e Mané, con lanci lunghi e millimetrici. Questa cosa, partendo da una difesa imperniata su van Dijk, fortissimo ma non certo uno che imposta il gioco, permette loro di consumare meno energie rispetto a una squadra invece, come per esempio il Manchester City, che ha il possesso palla come marchio di fabbrica».

Giocano il vecchio calcio all'italiana.
«Più o meno, ma modernizzato. Hanno una struttura difensiva molto solida e magnifici interpreti per le loro ripartenze».

E quando incontrano una squadra che non si scopre?
«I tre attaccanti sono fenomenali nell'uno contro uno. Sanno saltare l'uomo e creare superiorità numerica. Così anche un avversario chiuso può essere più o meno facilmente stanato. La relativa freschezza del Liverpool è spiegata in questa maniera. Il fatto che vinca... beh ha i mezzi economici per permettere a Klopp di scegliere gli interpreti giusti per il suo modo di intendere il calcio. Giocano sempre alla stessa maniera. A memoria. Ma non per questo sono meno temibili. Penso anzi che per i prossimi anni siano destinati a vincere ancora molto. Se poi continueranno a fare un mercato intelligente... Io, per esempio, da loro vedrei benissimo Eriksen».

Così si smonta il mito Guardiola...
«Lui è bravissimo e il suo Manchester City è fortissimo. Ma credo che in primavera, quando le partite cominciano a contare davvero, i suoi due-tre elementi più importanti, quelli che fanno girare la squadra, siano già in riserva».

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