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Non ci sarà più nulla come “Better Call Saul”

STREAMINGNon ci sarà più nulla come “Better Call Saul”

28.07.22 - 06:30
Si conclude fra adrenalina, lacrime e sangue l'anti-epica dello spiantato avvocato reso celebre da “Breaking Bad”
Netflix
Non ci sarà più nulla come “Better Call Saul”
Si conclude fra adrenalina, lacrime e sangue l'anti-epica dello spiantato avvocato reso celebre da “Breaking Bad”

ALBUQUERQUE - Doveva essere una sorta di comparsa, una parte minore, giusto due-tre puntate fugaci come caratterista che forniva consulenza ai due protagonisti finiti nei guai. Poi però la faccenda funzionava così bene, anche perché l'attore (Bob Odenkirk) era davvero strepitoso, che Saul Goodman è diventato un perno fondamentali di una delle serie più importanti di tutti i tempi, ovvero “Breaking Bad” di Vince Gilligan e Peter Gould.

Ed è proprio durante la lavorazione al telefilm dell'ex-docente delle superiori convertitosi allo spaccio che i due maturano l'idea, possibile, di una serie tutta dedicata al viscido e moralmente non irreprensibile avvocato.

Ne discutono con Odenkirk, e poi lasciano il tutto nel cassetto. Conclusa l'odissea “Breaking Bad”, viene annunciato “Better Call Saul”, in realtà un prequel, che finirà per durare 6 stagioni (una in più del suo successore). L'ultima metà della tirata finale, che di fatto connette i due universi, è disponibile da pochi giorni su Netflix.

Ma andiamo con ordine: sin dall'inizio "Better Call Saul" ha fatto tutto il possibile per spiazzare le attese, separando la storia dello spiantato avvocato in maniera netta da quella del mondo oscuro del narcotraffico messicano che ha reso celebre la serie originale.

Un po' commedia surreale alla fratelli Coen, che vuole raccontare il grottesco sottosuolo umano americano di provincia, un po' legal drama in puro stile televisivo la serie di Gilligan e Gould si distacca da tutte le altre per un'attenzione incredibile - quasi morbosa - sulla forma. Fotografia, scenografie e regia sono curate all'inverosimile, con un virtuosismo che seppur fine a sé stesso è diventato un ingrediente irrinunciabile della ricetta.

A far da contorno alle vicissitudini lavorative e familiari in quel di Albuquerque di Jimmy McGill, (che poi diventerà Saul Goodman) è costante l'ombra: incarnata dal sicario tuttofare Mike (un sempre strepitoso Jonathan Banks), dalla sanguinaria famiglia Salamanca e dal sempre glaciale Gus Fring (Giancarlo Esposito), qui sulla rampa di lancio. Di stagione in stagione, chi lo ha guardato lo sa, questa oscurità da marginale è poi diventata un controcanto e - negli ultimi episodi - ha letteralmente inghiottito la vita dei protagonisti, nella maniera più sconvolgente possibile.

In questo senso la parabola infernale che porta alla condanna è simile a quella di “Breaking Bad”, anche se Saul Goodman - per quanto sia un personaggio fra la luce e l'ombra - resta più una vittima che un carnefice. Per gli autori, infatti, malgrado tentennamenti e malefatte, è sempre stato ritenuto fondamentalmente un buono, o meglio: un candido. 

Jimmy/Saul è un diverso che fa il possibile per omologarsi e sopravvivere al sistema immunitario di una società che, per sua natura, lo rigetta. Un concetto, questo, incarnato bene sullo schermo dalla comprensione infinita della compagna/moglie Kim Wexler (una stellare, e finora sconosciuta, Rhea Seehorn).

Al di là della filosofia, “Better Call Saul” si conferma ancora una volta come un telefilm bellissimo, avvincente e stilisticamente senza eguali. In questa sesta stagione il tasso di adrenalina e tragedie prevedibilmente si impenna e vi spiazzerà spesso e volentieri. Il consiglio, difficile da seguire lo so, è quello di centellinare la visione resistendo alla tentazione del binge ma tenendovi un paio d'ore consecutive per le ultime due puntate, perché separarle sarà impossibile.

Vedendo concludersi con tanta maestria una saga come questa non può però che restare un senso di amarezza, per un modo di fare le serie che non esiste più e che difficilmente verrà replicato. Un sentimento simile lo avevamo provato con la conclusione di un'altra epopea culto, quella dei “Peaky Blinders” di Steven Knight. Insomma, i tempi cambiano (e soprattutto cambia Netflix), ma la sensazione che a perderci siamo noi telespettatori un po' non può che restare.

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