MIKE WOLF
Nuovo singolo per Bastian Baker.
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16.10.2020 - 06:300

Musica, pandemia e hockey: Bastian Baker si racconta

Oggi il cantautore vodese pubblica "Dancing Without You", il suo nuovo singolo

LOSANNA - Oggi Bastian Baker torna sulla scena musicale con il suo nuovo singolo, "Dancing Without You". Il brano è nato prima dell'emergenza Covid-19 ma è stato completato quando la pandemia era già un dramma planetario. Il che ha reso impossibile al 29enne vodese di volare a Los Angeles da Dan Richards (chitarrista degli One Direction e compositore) per completare la registrazione.

Bastian, come è stato finire la canzone via FaceTime?
«È stato un po' strano: quello che mi piace è fare musica e stare in studio, con le persone con le quali collaboro. Non è la mia soluzione preferita, d'altronde questa è la condizione del 2020: bisogna adattarsi e fare qualcosa di diverso se si vuole continuare a lavorare. Altrimenti ci si dovrebbe mettere in pausa e attendere fino al 2023, forse (ride, ndr)».

La canzone parla di quelli che sono i momenti di svolta dell'esistenza, legati all'amore ma non solo: quanto c'è della tua vita in questo?
«L'idea è nata da un'esperienza personale. Ci sono degli artisti che amano scrivere canzoni tratte dalla loro fantasia, invece io mi lascio ispirare molto spesso dal mio vissuto personale. Quando ho scritto la canzone con Richards abbiamo parlato del primo amore di quando si è bambini e di quello che può accadere. A me capitò che i suoi genitori decisero di trasferirsi in una città a 25 minuti di macchina, ma fu come se andasse in un altro mondo. Ho quindi voluto parlare delle decisioni che vengono prese e rispetto alle quali non hai nessuna influenza. Anche Dan aveva vissuto la stessa cosa: a 5-6 anni la sua prima fidanzatina era andata a stare in Australia».

Come hai elaborato artisticamente quell'episodio?
«L'ispirazione della canzone è quel sentimento d'impotenza che ti prende, insieme con il chiedersi cosa sarebbe potuto accadere se non fossero state prese quelle decisioni».

Il coronavirus ha provocato uno di questi momenti decisivi?
«Certamente. Ero già impegnato in grossi cambiamenti ma la pandemia mi ha costretto a una svolta, molto positiva per me. Mi ha spinto a mettermi in forma, è stata una vera sfida».

Dove hai trascorso il lockdown?
«In Costa Rica: ero in vacanza e improvvisamente è stato impossibile rientrare in Svizzera. Sono rimasto bloccato laggiù per tre mesi e mezzo e mi sono rimesso in questione: ho fatto molto sport, meditazione e una vita molto sana. Ho mangiato molta più frutta e verdura del solito e ho riflettuto quanto sia diversa la vita rispetto a viaggiare, lavorare e fare festa. Per me è stato molto interessante avere del tempo per riconnettermi con me stesso. Penso che a molti sia successa la stessa cosa».

Avevi già deciso di ritornare all'hockey o ne hai approfittato vista la forma fisica ritrovata?
«L'idea è sempre rimasta in un angolino del mio cervello ma non pensavo che sarebbe successo così in fretta. È stato proprio in ragione del coronavirus. Quando sono tornato in Svizzera alla metà di giugno ho guardato l'agenda e mi sono detto: "Ok, concerti non ci sono, quindi cosa voglio fare?". Sapevo che avrei dovuto finire i brani dell'album che uscirà il prossimo anno, ma non era abbastanza. Ho parlato con gli amici, con i quali avevamo già discusso di un possibile ritorno (fino al 2011 ha giocato a livello giovanile per team come Friborgo e Losanna, ndr) e quindi ho discusso con il Martigny. Mi sono allenato per tre settimane per capire se avevo il livello necessario per giocare in MySports League (il terzo campionato nazionale per importanza, ndr) e ha funzionato».

Come sta andando l'avventura sportiva?
«Non abbiamo avuto un ottimo avvio di campionato ma penso che faremo meglio molto presto».

Come è stato accolto il tuo ritorno allo sport dai fan? E come hanno reagito i compagni di squadra?
«È stato divertente vedere la reazione delle persone e gli articoli sui media. Tanto che mi sono detto che non si era mai parlato così tanto di me prima del mio ritorno all'hockey su ghiaccio. Il team mi ha accolto bene: penso che all'inizio sia stato un po' sorprendente per alcuni ma siamo come fratelli (alcuni li conosco da 12-13 anni). Tutti cerchiamo di dare il massimo, tutti vogliamo giocare e conquistare il posto, c'è molta concorrenza ma fuori dalla pista c'è un'atmosfera davvero buona.».

Che impatto ha avuto lo stop sulla tua carriera?
«Penso, tutto sommato, di essere stato fortunato che sia arrivata in quel momento, al termine di lunghe tournée non-stop e quando avevo voglia di prendermi una piccola pausa e ripensare a ciò che volevo fare. Per me è stato meno drammatico rispetto a quegli artisti che stanno cominciando la carriera proprio ora e che l'hanno vista travolta dal coronavirus. Chiaramente anche a me piacerebbe fare dei concerti, ma penso che ci sarà da aspettare ancora».

Come vedi il futuro prossimo della musica in Svizzera?
«È talmente difficile fare previsioni... All'inizio pensavo come tutti che sarebbe durata tre settimane e che in estate ci sarebbero stati i festival. Così non è stato. Sono sicuro però che in futuro le cose saranno diverse: bisognerà pensarci su prima di organizzare eventi da 40-50mila persone. C'è molta creatività in Svizzera e ci sono stati parecchi eventi Covid-compatibili, ma resta difficile vederci chiaro, con linee guida che possono cambiare. Spero che il settore continui ad avere il sostegno del governo. Io resto positivo e attendo pazientemente che si possa tornare a vivere in sicurezza. La salute è ciò che conta di più al mondo».

Hai paura di prendere il virus?
«Devi averne un po': se non ne hai almeno un minimo sei un irresponsabile. Serve che tutti siano responsabili delle proprie azioni e che si continui a vivere tenendo conto del coronavirus».

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