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Con Galileo attraverso Padova – tra cielo e terra

Tra stelle, affreschi e acque termali, sulle tracce del grande Maestro
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Tra stelle, affreschi e acque termali, sulle tracce del grande Maestro

PADOVA - Dal 27 al 29 novembre, un viaggio ci porterà a Padova, Abano Terme e sui Colli Euganei. Protagonista sarà Galileo Galilei, che proprio qui trascorse quelli che furono forse gli anni più felici e scientificamente fecondi della sua vita. Seguiremo le sue tracce, immaginando che il grande Maestro ci accompagni lungo il cammino.

Che cosa direbbe Galileo Galilei se oggi potesse passeggiare con noi sotto i portici di Padova? Forse, per prima cosa, si stupirebbe di quanto la città sia rimasta viva. Molte cose non le riconoscerebbe più, altre gli apparirebbero sorprendentemente familiari. E se gli chiedessimo: «Maestro, ricorda volentieri Padova?», potremmo persino rispondere con le sue stesse parole: furono «li diciotto anni migliori di tutta la mia età», i diciotto anni migliori della sua vita. Dal 1592 al 1610 Galileo visse e lavorò a Padova. L’Università, fondata nel 1222, era allora uno dei grandi centri intellettuali d’Europa. Sotto la protezione della Repubblica di Venezia vi regnava una libertà di pensiero straordinaria per l’epoca. Galileo insegnava matematica, sperimentava, studiava il movimento e la meccanica e costruiva strumenti scientifici.

Ma, Maestro, che cosa la spingeva davvero? Forse la convinzione che il mondo stesso fosse il più importante libro di testo dell’uomo. Più tardi Galileo scrisse nel Saggiatore: «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi – io dico l’universo». La filosofia, vale a dire quella che oggi chiameremmo scienza della natura, era dunque scritta in quell’immenso libro costantemente aperto davanti ai nostri occhi: l’universo. Per leggerlo, però, non bastava citare gli antichi maestri. Bisognava osservare, misurare e comprendere.

Nel 1609 Galileo venne a conoscenza di uno strumento ottico sviluppato nei Paesi Bassi. Costruì telescopi propri, sempre più potenti, e li puntò verso il cielo notturno. Che cosa vide, Maestro? La risposta avrebbe cambiato la nostra immagine del cosmo. Sulla Luna Galileo osservò irregolarità, montagne e avvallamenti. Vide stelle invisibili a occhio nudo e, nel gennaio del 1610, scoprì quattro corpi celesti che orbitavano attorno a Giove. Nel Sidereus Nuncius scrisse con entusiasmo di cose «magna, inquam, visu, magnaque admiratione digna», grandi a vedersi e degne di grande ammirazione.

Ma a Padova incontriamo anche un cielo completamente diverso. Entriamo nella Cappella degli Scrovegni e improvvisamente sopra di noi si apre l’intenso blu di Giotto. Tra il 1303 e il 1305 il pittore realizzò qui uno dei più importanti cicli di affreschi dell’arte europea. Stelle dorate risplendono sulla volta, dando allo spazio una sensazione quasi d’infinito. Come reagirebbe Galileo davanti a questo cielo? Le piace, Maestro? Naturalmente non possediamo una risposta storica. Ma il contrasto non potrebbe essere più affascinante: circa tre secoli prima di Galileo, Giotto dipinse un cielo simbolico e divino; Galileo puntò invece il suo telescopio verso il firmamento reale, scoprendovi un mondo molto meno perfetto – e allo stesso tempo molto più affascinante – di quanto si fosse immaginato fino ad allora.

A Padova si incontrano così due modi diversi di meravigliarsi: l’arte e la scienza. La nostra passeggiata prosegue attraverso il centro storico, attraversando le grandi piazze, passando sotto i portici e raggiungendo la prestigiosa Università. Padova possiede la straordinaria capacità di non nascondere la propria storia dietro le porte dei musei. Gli studenti siedono e discutono negli stessi luoghi dove si insegna da secoli, i mercati animano le piazze attorno al Palazzo della Ragione e la scienza continua a essere parte integrante dell’identità cittadina.

Ma dove trovò Galileo il coraggio di mettere in discussione idee consolidate da secoli? Una risposta la troviamo nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo: «I discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta».

Difficile trovare una frase capace di riassumere meglio il pensiero di Galileo. A decidere non è ciò che sta scritto negli antichi libri, ma ciò che può essere osservato e verificato.

Più tardi, a Padova nacque anche la celebre Specola, l’osservatorio astronomico ricavato all’interno di una torre medievale. Se la indicassimo a Galileo, tuttavia, il Maestro dovrebbe correggerci: ai suoi tempi non era ancora un osservatorio. La torre venne trasformata a questo scopo soltanto nel XVIII secolo. Ma la curiosità scientifica che ancora oggi rappresenta gli sarebbe certamente piaciuta.

Dopo una giornata trascorsa tra stelle, affreschi e scienza, il nostro viaggio ci riporta da Padova ad Abano Terme. La storica località termale ai piedi dei Colli Euganei ci apre le porte di un mondo completamente diverso. Ora lo sguardo non si perde più nelle infinite distese dell’universo, ma torna verso la Terra – e verso l’acqua che sgorga dalle sue profondità. Che ne pensa, Maestro? Dopo tutte queste scoperte, non sarebbe il momento giusto per un bagno nelle calde acque termali? Questa volta la risposta di Galileo dobbiamo immaginarcela. Ad Abano, in ogni caso, le occasioni per rilassarsi non mancano.

Il giorno seguente ritorna improvvisamente un’immagine che Galileo ci aveva già regalato all’inizio del nostro viaggio: il labirinto. Nel giardino storico di Valsanzibio, nei pressi di Galzignano Terme, entriamo in uno straordinario universo verde del Seicento. La famiglia Barbarigo fece realizzare qui un percorso simbolico nel quale acqua, viali, fontane, statue e architetture raccontano una storia. Particolarmente celebre è il grande labirinto di bosso. Si cerca la strada, si prende una direzione sbagliata, si torna indietro e si riprova. Ricorda, Maestro? Galileo aveva scritto che, senza conoscere il linguaggio della matematica, l’uomo avrebbe vagato «per un oscuro laberinto».

Valsanzibio nacque soltanto dopo la sua morte, eppure questo giardino sembra rappresentare una meravigliosa conclusione del nostro incontro con Galileo. Perché anche la conoscenza raramente procede lungo una strada diritta. Si osserva, si dubita, si sbaglia, si torna indietro e si ricomincia. E quando, alla fine del viaggio, ci congediamo da Galileo e gli chiediamo che cosa dovremmo portare a casa del suo insegnamento, non abbiamo bisogno di inventare una risposta. Il suo grande libro, dopotutto, è ancora aperto davanti a noi: l’universo.

Testo a cura di Claudio Rossetti


Questo articolo è stato realizzato da Progetti Rossetti, non fa parte del contenuto redazionale.

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