Cremona, dove il legno diventa musica

Nel 2027 il grande ritorno del Trekking Ascona-Venezia (seconda parte)
Nel 2027 il grande ritorno del Trekking Ascona-Venezia (seconda parte)
MILANO - Dalla bottega di un maestro liutaio ai capolavori di Stradivari: una tappa del nostro viaggio lungo l’antica idrovia verso Venezia, alla scoperta di una città in cui acqua, legno e musica raccontano una storia secolare.
Ci sono città che si scoprono attraverso i monumenti, altre attraverso i sapori. Cremona si può conoscere anche attraverso un suono. Quello del violino, naturalmente, strumento che qui non rappresenta soltanto una straordinaria tradizione artigianale, ma è parte dell’identità stessa della città. Arrivando a Cremona durante il nostro viaggio lungo le vie d’acqua della Pianura Padana, dopo avere seguito per giorni fiumi, navigli e canali, abbiamo voluto lasciare per qualche ora le rive per entrare in un altro mondo. Un mondo fatto di legno d’acero e abete, colle, resine, vernici, piccoli utensili e gesti precisi tramandati attraverso i secoli. La nostra scoperta della Cremona dei violini non poteva iniziare dal museo. Prima bisognava capire come nasce un violino.
A pochi passi dalla grande Piazza del Duomo siamo entrati nella bottega del maestro liutaio Philippe Devanneaux, parigino di nascita ma cremonese d’adozione. Dopo gli studi di musicologia e l’incontro decisivo con un liutaio cremonese, Devanneaux si è avvicinato alla costruzione degli strumenti ad arco. Alla fine degli anni Ottanta si è stabilito a Cremona e nel 1990 ha aperto il proprio laboratorio in via Sicardo, dove ancora oggi costruisce violini, viole e violoncelli secondo la tradizione cremonese. Entrare in una bottega come questa significa comprendere immediatamente che un violino non nasce da una macchina, ma da una successione di gesti. Ci vuole esperienza, occhio, orecchio e soprattutto tempo.
Tutto comincia dal legno. Non un legno qualsiasi. Tradizionalmente l'abete rosso viene utilizzato per la tavola armonica, mentre l'acero, spesso splendidamente marezzato, è destinato al fondo, alle fasce e al manico. La scelta è fondamentale: elasticità, densità e regolarità delle fibre influenzeranno il comportamento acustico dello strumento. Abbiamo così imparato a guardare un pezzo di legno con occhi diversi. Quello che per noi poteva sembrare semplicemente una bella tavola, per il liutaio contiene già indicazioni sul futuro carattere dello strumento. Poi nasce la cassa armonica. Si preparano le fasce, si scolpiscono e si assottigliano con straordinaria precisione il fondo e la tavola armonica, quella che durante la nostra visita abbiamo chiamato semplicemente la “copertura” del violino. Pochi millimetri di spessore possono fare la differenza.
Ed ecco apparire uno dei simboli più riconoscibili dello strumento: i due eleganti fori a forma di “f”, le effe, aperti nella tavola armonica. Non sono una semplice decorazione. Permettono alla cassa di comunicare con l'aria esterna e partecipano al complesso equilibrio delle vibrazioni che determina la voce dello strumento. Segue il manico, terminato dalla caratteristica testa con il riccio. Poi la tastiera, le corde e il ponticello, quel piccolo elemento di legno apparentemente semplice sul quale poggiano le corde. Il ponticello non viene incollato: rimane in posizione grazie alla tensione delle corde e trasmette le loro vibrazioni alla tavola armonica. All'interno si nasconde invece un minuscolo elemento che difficilmente il visitatore immagina: l’anima, un piccolo cilindro di legno collocato tra tavola e fondo. Anche il suo posizionamento, spostato di pochissimo, può modificare la risposta sonora dello strumento. E infine c'è l'archetto, senza il quale il violino resterebbe in silenzio. È un piccolo capolavoro a sé, tradizionalmente realizzato con legni particolarmente elastici e una fascia di crini di cavallo. Archetto e violino formano così una coppia inseparabile: uno genera il movimento, l'altro lo trasforma in musica. Dopo questa esperienza, visitare il Museo del Violino assume tutto un altro significato.
Nel moderno Museo del Violino di Cremona, ospitato nel Palazzo dell'Arte di Piazza Marconi, il visitatore ripercorre cinque secoli di storia della liuteria cremonese. Una parte del percorso ricostruisce proprio la bottega del liutaio e illustra le diverse fasi che conducono dal legno grezzo allo strumento finito. Ma il momento più emozionante arriva entrando nella sala significativamente chiamata “Lo scrigno dei tesori”. Qui il tempo sembra fermarsi. Dietro le vetrine si trovano strumenti costruiti dai grandi maestri della scuola cremonese: Amati, Guarneri e Stradivari. Non semplicemente violini antichi, ma testimonianze materiali di uno dei momenti più alti della storia dell'artigianato europeo. Tra i più antichi spicca il violino “Carlo IX” di Andrea Amati, databile attorno al 1566. Con Andrea Amati entriamo praticamente alle origini della grande scuola cremonese del violino. Accanto troviamo la viola “Stauffer” di Girolamo Amati, del 1615, e il violino “Hammerle” di Nicolò Amati, realizzato attorno al 1658. La famiglia Amati ebbe un'importanza enorme. Nelle sue botteghe il violino assunse progressivamente proporzioni ed equilibri che sarebbero diventati un riferimento per generazioni di costruttori. Poi arrivano i Guarneri. Il museo conserva, tra gli altri, un violino di Andrea Guarneri del 1659, testimonianza di un'altra dinastia destinata a scrivere pagine fondamentali della liuteria cremonese. E naturalmente si arriva ad Antonio Stradivari.
Tra i grandi protagonisti della collezione c'è “Il Cremonese”, violino costruito da Antonio Stradivari nel 1715, nel periodo della sua piena maturità artistica. È uno degli strumenti simbolo della città e uno dei capolavori attraverso i quali si comprende perché il nome Stradivari sia diventato sinonimo universale di perfezione nella costruzione del violino. Guardandolo dopo avere visitato la bottega di Devanneaux, l'esperienza cambia completamente. Ora sappiamo osservare le venature del legno. Riconosciamo il fondo, la tavola armonica, le fasce, le effe, il ponticello, il manico e il riccio. Possiamo immaginare le mani del liutaio che tre secoli fa lavoravano lentamente ogni elemento.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della liuteria: gli strumenti cambiano, i secoli passano, ma molti gesti rimangono sorprendentemente simili. Il museo conserva inoltre una testimonianza eccezionale del metodo di lavoro di Stradivari: oltre mille reperti tra disegni, forme e attrezzi provenienti dalla sua bottega, gran parte dei quali giunse alla città grazie alla donazione effettuata nel 1930 dal liutaio Giuseppe Fiorini. Non dobbiamo quindi immaginare Stradivari soltanto come un genio misterioso. Era anche un artigiano straordinariamente metodico, capace di sperimentare proporzioni, forme e soluzioni tecniche alla ricerca di un equilibrio sempre migliore. C'è però una differenza fondamentale tra un violino e molti altri oggetti conservati in un museo: un violino è stato costruito per suonare. A Cremona questi capolavori non sono necessariamente condannati al silenzio delle vetrine. Nell'Auditorium Giovanni Arvedi vengono organizzate audizioni durante le quali strumenti storici delle collezioni – Stradivari, Amati e Guarneri – vengono affidati a musicisti professionisti e possono nuovamente far ascoltare la propria voce. È difficile immaginare una conclusione più bella per la visita. Uno strumento costruito trecento anni fa torna a vibrare. Il legno risponde all'archetto, la cassa armonica amplifica le vibrazioni e quella successione di minuscoli elementi che abbiamo imparato a conoscere nella bottega del liutaio diventa improvvisamente musica.
Ma cosa c'entra tutto questo con un viaggio lungo fiumi e canali? Molto più di quanto potrebbe sembrare. Cremona è una città profondamente legata al Po. Per secoli il grande fiume è stato una via di comunicazione attraverso la quale viaggiavano persone, merci, materiali e idee. Le vie d'acqua della Pianura Padana collegavano territori lontani e mettevano in comunicazione il mondo alpino con le città lombarde e, attraverso il Po e le vie verso l'Adriatico, con Venezia. È proprio questo intreccio che vogliamo riscoprire nel nostro futuro trekking lungo la storica idrovia da Ascona verso Venezia. Non sarà semplicemente un percorso per arrivare da un punto all'altro. Seguire un'antica via d'acqua significa fermarsi nelle città che su quell'acqua sono cresciute, entrare nelle botteghe, conoscere gli artigiani, osservare paesaggi e architetture e scoprire le storie che si nascondono pochi passi oltre gli argini. Cremona ne è un esempio perfetto.
Dal Po ci si addentra nel cuore della città, si incontra il Torrazzo che domina la pianura e, poco più in là, si entra nel silenzio di una bottega dove un pezzo di acero sta lentamente diventando un violino. Poi si attraversa la città e si raggiunge il Museo del Violino. E lì, davanti a uno Stradivari del 1715, ci si rende conto che il viaggio compiuto attraverso l'acqua e quello attraverso la musica hanno qualcosa in comune. Entrambi parlano di tempo. Il tempo lento dei fiumi. Il tempo necessario per camminare. Il tempo richiesto a un artigiano per trasformare il legno. E quello, lunghissimo, che permette a un violino costruito tre secoli fa di arrivare fino a noi e continuare ancora oggi a emozionare. È questa la filosofia del nostro prossimo viaggio verso Venezia: seguire l'acqua per scoprire ciò che si trova sulle sue rive.
E a Cremona, per qualche ora, il rumore dell'acqua lascia spazio alla voce di un violino.
Il primo articolo di questo reportage è stato pubblicato il 19 agosto 2026.
Testo a cura di Claudio Rossetti
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