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Mir Liponi: «Cypher Tank, una stagione epica»

Dodici finalisti, diciannove giudici e premi moltiplicati per volontà della stessa giuria: la Head of Cypher Tank racconta il dietro le quinte della seconda stagione, registrata al PoW.space durante la Plan ₿ Week. I vincitori? Top secret fino a gennaio, quando usciranno gli episodi.
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Dodici finalisti, diciannove giudici e premi moltiplicati per volontà della stessa giuria: la Head of Cypher Tank racconta il dietro le quinte della seconda stagione, registrata al PoW.space durante la Plan ₿ Week. I vincitori? Top secret fino a gennaio, quando usciranno gli episodi.

Al secondo piano del PoW.space il pubblico era trepidante. Davanti alle telecamere, a pochi metri, c’era chi in una manciata di minuti si giocava anni di lavoro, di idee messe in fila dentro un progetto e di un sogno a cui provare a dare una forma definitiva. Lunedì 26 e martedì 27 ottobre, nel cuore della Plan ₿ Week, l’hub Bitcoin di Lugano si è trasformato ancora una volta in uno studio televisivo per le registrazioni della seconda stagione del Cypher Tank, il format nato in riva al Ceresio che mescola competizione tra startup e intrattenimento, con gli “honey badgers” – i tassi del miele, animale simbolo della community Bitcoin – al posto degli squali del celebre Shark Tank americano.

Dodici finalisti, selezionati tra 175 candidature arrivate da 34 Paesi, si sono presentati davanti alla giuria. Chi abbia vinto, però, resterà un segreto fino a gennaio, quando saranno pubblicati gli episodi: sui verdetti vige un accordo di riservatezza. Ma attorno ai nomi dei vincitori c’è molto altro da raccontare. Lo abbiamo fatto con Mir Liponi, Head of Cypher Tank, che ci ha portato dietro le quinte di questa edizione: una giuria allargata come mai prima, montepremi divisi tra più team e un format che passerà da cinque a una quindicina di episodi. Sullo sfondo, la soddisfazione per un traguardo arrivato proprio in questi giorni: la demo di PISA, il progetto che proprio un anno fa si era aggiudicato la sezione non-profit.

Bilancio a caldo: com’è andata la due giorni di registrazioni al PoW.space? E se dovessi descriverla con un aggettivo?

«Direi epico. Forse è un po’ esagerato, ma mi sentirei di dire che anche quest’anno si è confermata una produzione di alta qualità, con in più partecipanti e giudici di altissima qualità. E poi c'è stato il coaching day, una cosa che personalmente ho voluto moltissimo».

Sarebbe?

«La preparazione dei finalisti da parte dei mentor. Divisi in tre gruppi, al PoW.space, i finalisti hanno mostrato loro le slide e la loro performance il giorno prima di “pitchare” per i recording. I mentor li hanno guidati dal punto di vista della presenza scenica, delle slide e del contenuto di business, e così hanno potuto correggere il contenuto fino alla fine. Secondo me ha fatto moltissimo la differenza, perché eravamo già partiti il mese prima con un webinar online, in collaborazione con AmityAge, proprio sulla preparazione delle slide. Sono stata molto stretta: solo tre slide, tre minuti, perché il pitch fa la differenza anche nel modo in cui viene esposto».

Un percorso che va oltre la gara, quindi.

«I mentor li hanno seguiti prima, durante e dopo i recording, e si sono create delle belle relazioni. Era anche un modo per conoscere persone e professionisti, in modo tale che anche chi, tra virgolette, non si fosse portato a casa niente avesse perlomeno una solida conoscenza di come preparare e strutturare un pitch».

Focalizzandoci sui dodici progetti finalisti, che fotografia restituiscono rispetto alla prima stagione, per provenienza, tipologia e maturità?

«Rispetto alla prima stagione, sicuramente più varietà nei luoghi di provenienza. Abbiamo visto una startup venire dalla Nigeria, per esempio, un’area che non avevamo toccato nella prima stagione, e c’è stata una startup da El Salvador. L’altra cosa che si è vista è la maturità: quest’anno sono arrivati in finale progetti molto più maturi, sia a livello di business sia perché alcuni sono molto conosciuti nell’ambiente. Sto parlando per esempio di Vexl, che per il non-profit è sicuramente molto famoso, o di Stable Channels, che non è ancora così famoso ma se ne chiacchierava da un po’. Quindi meno idee allo stadio iniziale e più progetti avanzati: Blockrise, per esempio, ha una stabilità di anni, e Globalite una solidità e una maturità notevoli».

Capitolo giuria: chi sedeva tra gli honey badgers?

«I giudici quest’anno sono stati addirittura diciannove. La formula è stata quella di avere tre giurie fisse, ognuna con un presidente diverso, che hanno visto tutti e quattro i pitch della propria sessione: una valutava il premio da 100mila dollari della Fondazione Plan ₿, destinato ai progetti non-profit, le altre due i due premi del Plan ₿ VC Fund per i progetti for-profit, anch’essi da 100mila dollari ciascuno. Accanto a loro c’erano poi dei giudici a rotazione: ogni pitcher aveva assegnato uno specifico giudice, che lo aveva già selezionato nella fase di application. C’è stato quindi un matching tra di loro, e questo ha permesso di avere una bella varietà di giudici. Mentre le giurie fisse assegnavano i premi, i giudici “rotanti” erano più focalizzati sull’investimento diretto. E qualcosa è appunto avvenuto, ma lo si vedrà poi negli episodi».

Qualche nome?

«Il presidente della giuria non-profit è stato Jaromil, che giocava in casa e si è dimostrato veramente competentissimo e attento anche alla valorizzazione dei progetti sul territorio luganese, ma non solo. È stato anche lui artefice del fatto che ci sono stati più premi del previsto e che il premio è stato splittato tra più vincitori. Per la parte for-profit, c’erano nomi importanti tra cui Mark Moss, Rapha Zagury, Abubakar Nur Khalil, Efrat Fenigson, Elizabeth Stark e Mike Schmidt».

I premi dovevano essere tre, ma i giudici hanno voluto distribuirli tra più team. Com’è nata questa decisione?

«La cosa è avvenuta in maniera spontanea, durante le riprese. Ciascuno dei gruppi ha deciso di dare i premi a più finalisti, ritengo perché la qualità dei progetti era molto alta ed era veramente difficile decidere. L’idea è stata proprio quella di volerli finanziare tutti e portarli il più possibile a Lugano, perché il premio in servizi è un tipo di premio che può essere speso per la maggior parte sul territorio. Noi vogliamo portare queste startup a vivere l’ecosistema locale: più sono, più ci fa piacere. Premi più bassi, quindi, ma più circolazione di idee».

Anche tra i finalisti stessi?

«In un caso due progetti avevano delle sinergie possibili, delle similitudini, e anche per volere dei giudici abbiamo cercato di metterli insieme, già in camera, per creare magari qualcosa insieme. Il format di Shark Tank vede le startup una contro l’altra, i giudici uno contro l’altro. L’ambiente Bitcoin, invece, sembra ancora una volta andare nella direzione di non reinventare la ruota: mettetevi insieme, cerchiamo di dare un pezzo a ciascuno e di vincere tutti insieme come ecosistema».

Com’è stato girare le riprese con il pubblico presente? C’è un momento che ricorderai?

«Scenicamente è molto bello, soprattutto lì, al PoW.space, vedere le persone al secondo piano che guardano e partecipano. Quest’anno ci sono stati, come sempre, molti colpi di scena positivi e qualche imprevisto, ma per me il momento più forte è stato il passaggio dal fuori scena ai recording, in cui sono palpabili l’atmosfera da studio televisivo e l’emozione che c’è tra tutti quanti».

Dovuta a cosa, in particolare?

«Beh, fare il pitch è molto difficile, non solo perché il setup è professionale e ci sono molte persone coinvolte – parliamo di una crew di otto componenti dietro la produzione, più qualche esterno – ma soprattutto perché per i finalisti il progetto che presentano è un’esposizione personale molto importante su qualcosa a cui è appesa la possibilità di continuare o meno, di andare avanti in un certo modo o in un altro. Ci sono decisioni di una vita dietro quei pitch, e questo è assolutamente percepibile. Già nei primi minuti potevi renderti conto che eravamo ritornati, che era iniziata la seconda stagione e che quella magia era di nuovo presente. Per chi era tra il pubblico, è stato qualcosa di visibilissimo».

Quanti episodi avrà la seconda stagione? E cos’è cambiato rispetto alla prima?

«Passeremo dai cinque episodi della prima stagione, in stile web series, a una quindicina di episodi. Ci siamo resi conto che è più facile per noi lavorare in post-produzione, quest’anno abbiamo più tempo e vogliamo dare luce a ciascuno dei progetti, in modo che ognuno abbia il proprio episodio. Questo dovrebbe garantire una maggiore circolazione - e quindi una maggiore visibilità - ai progetti, ma permetterà anche a noi di utilizzare una leva di marketing più efficace, perché ogni startupper e ogni giudice potranno condividere il contenuto. Un’altra delle novità di quest’anno è che ci sono stati degli sponsor che daranno ancora dei premi: rivedranno i pitch dei finalisti e decideranno il loro vincitore, e alcune di queste scene verranno montate dopo l’episodio. Insomma, per i partecipanti il momento delle buone notizie non è finito, e questa cosa ci piace moltissimo».

“PISA”: un anno fa vinceva la sezione non-profit, in questi giorni ha presentato la demo. Cosa dice questo risultato sul senso del format?

«Proprio mentre eravamo al Forum, durante la Plan ₿ Week, abbiamo appreso la bellissima notizia che i vincitori non-profit dello scorso anno - il team di PISA, appunto, nato proprio dall’unione di CISA e Payjoin - hanno consegnato quello che era il presupposto del primo premio della categoria non-profit del Cypher Tank: la demo è stata rilasciata esattamente in questi giorni. La comunità Bitcoin ha reagito con molto interesse e molta gioia, e devo dire che anche io personalmente sono molto commossa, perché alla fine della demo c’è proprio il ringraziamento in italiano al Cypher Tank. Noi possiamo dire di aver dato il grant, di averli seguiti e di aver dato loro ancora una volta l’occasione di incontrarsi a Lugano, perché sono due team che abitano completamente dall’altra parte del globo, e Lugano diventa il punto di ritrovo per mettere insieme le energie. Nei giorni precedenti alla demo si sono trovati fisicamente negli spazi del PoW.space e hanno potuto lavorare insieme. Quindi Lugano ci mette la firma, ancora una volta».

Guardando avanti: ci sarà una terza stagione?

«Speriamo proprio. Dipende soprattutto dalla possibilità, da parte di investitori e sponsor, di dare i premi e di supportare lo sforzo logistico. Al netto di tutto, quello che stiamo constatando è che ormai il Cypher Tank è un brand riconosciuto».

E cosa ti piacerebbe migliorare?

«Il Cypher Tank vuole essere una piattaforma e non solo l’evento fisico in cui si fa il recording dei finalisti, che chiaramente resta la parte culminante. Nella mia visione ci sono almeno tre vettori»…

Quali?

«Innanzitutto continuare a seguire le startup vincitrici e metterle in sinergia con Lugano e tra di loro: una sorta di acceleratore, di incubatore, con i servizi e le possibilità di Lugano. Il secondo vettore è diventare una piattaforma di marketing per altre startup emergenti, usando i nostri canali social per dare luce anche ad altri progetti, con contenuti educational sulle startup in fase di crescita, di pitching, di strutturazione. Il terzo, infine, è continuare con piccoli eventi a Lugano che tengano sempre attiva l’attenzione e la preparazione delle startup, magari attraverso incontri mensili in cui ci sono dei mentori. Le possibilità sono tante e ora che il brand è più forte e la gente lo riconosce, partecipare al Cypher Tank diventa un badge of honor, così come ricevere una consulenza, usufruire dell’occhio del Cypher Tank sui propri progetti».

Gli episodi della seconda stagione del Cypher Tank saranno pubblicati a partire da gennaio 2027. La prima stagione è invece disponibile sul canale del progetto.


Questo articolo è stato realizzato da Lugano's Plan ₿, non fa parte del contenuto redazionale.

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