TUNISIAQuella "Primavera" che per alcuni è diventata un inverno

17.12.20 - 06:00
Dieci anni fa, il 17 dicembre 2010, Mohamed Bouazizi si diede fuoco. Iniziò così la "Rivoluzione dei Gelsomini"
Keystone
Quella "Primavera" che per alcuni è diventata un inverno
Dieci anni fa, il 17 dicembre 2010, Mohamed Bouazizi si diede fuoco. Iniziò così la "Rivoluzione dei Gelsomini"
Un decennio dopo, la Tunisia è diventata una democrazia, ma la sua economia è in piena crisi. Il popolo è più libero, ma il gap tra ricchi e poveri è sempre più ampio.

SIDI BOUZID - Fu un gesto disperato. La scintilla che innescò quella che viene ricordata come la "Rivoluzione dei Gelsomini" in Tunisia e che culminò nell'esilio di Zine El-Abidine Ben Ali. Il giovane Mohamed Bouazizi, mercante di 26 anni, esasperato dai maltrattamenti subiti dalle forze di polizia locali, si diede fuoco in mezzo alla strada. Era il 17 dicembre del 2010.

Bouazizi morì quasi tre settimane dopo - il 4 gennaio - in un letto d'ospedale. Fu uno di quei momenti in cui la storia si mette a correre. E tempo una settimana, il lungo "regno" di Ben Ali si concluse, con quest'ultimo fuggito in Arabia Saudita. La cosiddetta "Primavera araba" era iniziata. Dieci anni dopo tanto è cambiato, ma non tutto per il meglio.

La Tunisia oggi è una democrazia e il suo popolo è più libero. Libero di votare, di esprimere le proprie opinioni e di criticare chi comanda. Sul lato opposto della medaglia ci sono però il calo del tenore di vita e la contrazione della crescita economica del paese. Una netta maggioranza - pari all'84%, secondo le cifre di YouGov - ritiene che il gap fra popolazione ricca e povera si sia allargato nel corso dell'ultimo decennio. E così, anche la figura di quel giovane mercante ha assunto per molti la parvenza di un anatema.

Il volto di Bouazizi campeggia nella strada principale della sua Sidi Bouzid. «Un tempo quel cognome era un simbolo dell'orgoglio tunisino. Oggi invece, come la città stessa, è come una maledizione», ha raccontato Qaiz Bouazizi, il cugino del mercante, al Guardian. E infatti il resto della famiglia, come spiega un amico, ha lasciato il paese per andarsene in Canada, tagliando ogni legame con la città.

Quel cognome per loro è diventato come una macchia. E oggi il monumento del giovane è diventato il bersaglio degli insulti dei passanti. «Lo insulto», racconta al quotidiano britannico un'abitante della cittadina. «Vorrei buttarlo giù. Lui è quello che ci ha rovinato». E il riferimento è alle condizioni socio-economiche di un paese schiacciato dall'inflazione e dalla disoccupazione - che nell'85% dei casi tocca i più giovani - e da cui sempre più tunisini (come dimostrano le cifre dei sempre più numerosi sbarchi sulle coste italiane) cercano di fuggire.

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