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La rivista medica Lancet lancia l'allarme: la pandemia di coronavirus sta per abbattersi su Africa e America Latina.
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30.03.2020 - 12:150
Aggiornamento : 15:26

L'ammonimento di Lancet: il coronavirus sta per abbattersi su Africa e America Latina

La prestigiosa rivista medica invita a prendere provvedimenti tempestivi

LONDRA - Il Covid-19, con il suo carico distruttivo, continua ad avanzare verso ovest e la prossima ondata di infezioni si abbatterà su Africa e America Latina. A indicarlo è la rivista Lancet, in un suo editoriale.

Il 13 marzo l'Europa è diventato il centro della pandemia, ma inevitabilmente, secondo Lancet, la prossima ondata di infezioni colpirà l'Africa, dove finora sono stati segnalati casi in 41 stati, e l'America Latina, con Brasile, Messico, Perù e Cile che ne contano già centinaia o migliaia. La maggior parte degli stati africani e latinoamericani ha solo poche decine o centinaia di respiratori e molte strutture sanitarie non hanno nemmeno le terapie di base, come l'ossigeno. I sistemi sanitari più fragili presto saranno sopraffatti dalla diffusione dell'infezione, che troverà facilmente strada tra gli strati più poveri della popolazione, costretti a vivere in aree urbane sovraffollate e povere, spesso privi dei servizi sanitari di base, senza la possibilità di auto-isolarsi, senza periodi di malattia retribuiti o sistemi di sicurezza sociale.

Contro questa minaccia l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato il programma di finanziamento Covid-19 Solidarity Response, che ha raccolto oltre 70 milioni di dollari, e alcune organizzazioni regionali hanno preso dei provvedimenti decisi, condiviso informazioni e ricevuto donazioni di tamponi e forniture mediche. Molti governi nazionali hanno risposto rapidamente, ma altri non hanno ancora preso seriamente la minaccia, ignorando le raccomandazioni dell'Oms di evitare eventi di massa. L'Europa e gli Usa hanno mostrato che la scelta di rimandare non paga. È fondamentale, conclude Lancet, «che la comunità globale tragga vantaggio dallo spirito di cooperazione emerso in queste settimane per evitare di ripetere questo errore nei paesi più vulnerabili. L'Oms ha dato raccomandazioni chiare, efficaci e basate sui dati. Il ruolo di coordinamento giocato dall'Oms deve continuare e i paesi e donatori devono supportarla in quest'azione».

CINA - Il settore manifatturiero cinese ha accelerato la ripresa della produzione, con il 98,6% delle principali aziende industriali a livello nazionale che hanno ripreso il lavoro a partire da sabato, 28 marzo. Lo annuncia oggi il ministero dell'Industria e delle Tecnologie dell'Informazione. Attualmente circa l'89,9% dei dipendenti delle aziende industriali con un reddito annuo di oltre 20 milioni di yuan (circa 2,84 milioni di dollari) sono tornati ai rispettivi posti di lavoro.

Nello Hubei, il tasso medio di ripresa del lavoro delle imprese industriali ha superato di gran lunga il 95%. La produzione e il funzionamento delle grandi aziende farmaceutiche che producono vitamine, antibiotici, antipiretici e analgesici è tornata alla normalità. Mentre il 76% delle piccole e medie imprese ha ripreso a lavorare a livello nazionale. 92 imprese principali in settori chiave hanno contribuito a rilanciare la ripresa del lavoro di oltre 400.000 imprese operanti in tutti i settori produttivi.

BRASILE - Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro è uscito a passeggiare domenica a Brasilia, percorrendo vari punti della capitale, dove ha incontrato decine di persone con le quali ha scattato selfie e scambiato saluti, in palese violazione delle norme di isolamento sociale ribadite il giorno prima dal suo ministro della Sanità, Luiz Henrique Mandetta.

Alcuni momenti della passeggiata di Bolsonaro - nella quale ha visitato l'Ospedale Militare di Brasilia e un forno della città, oltre a salutare un venditore stradale di spiedini e molti suoi simpatizzanti - sono stati ripresi in una serie di video, poi diffusi sui social del presidente. Due di questi video sono stati cancellati nelle ore seguenti da Twitter.

«La gente deve riaprire i negozi e lavorare normalmente», diceva Bolsonaro in uno dei video cancellati, mentre in un altro lo si sente dire che il Brasile «sarà immunizzato quando il 60-70% della popolazione sarà contagiato» e che una cura contro il coronavirus «è già realtà». I casi confermati di coronavirus in Brasile sono ora 4256 e i morti 136, il che equivale a un tasso di mortalità del 3,2%, secondo l'ultimo bilancio ufficiale diffuso ieri dal ministero della Sanità.

La posizione del presidente, però, sta incontrando forti opposizioni. Un tribunale federale di Rio de Janeiro, su richiesta della Procura locale, ha vietato al governo di Jair Bolsonaro di diffondere nuovi contenuti nel quadro della sua campagna "Il Brasile non si può fermare" lanciata venerdì scorso per opporsi alle misure di restrizione delle attività economiche e di isolamento sociale adottate nella lotta contro il coronavirus. Da parte sua, la segreteria di comunicazione dell'esecutivo ha risposto che questa campagna non è mai esistita.

Nel motivare la sua sentenza, la giudice Laura Bastos Carvalho ha stabilito che sono vietate le campagne di pubblicità, governative o no, che non risultino compatibili con le raccomandazioni del ministero della Sanità e della comunità scientifica, giacché mettono a rischio il diritto costituzionale alla salute dei brasiliani e possono portare a un collasso delle strutture sanitarie del Paese. La campagna, lanciata su Facebook dal senatore Flavio Bolsonaro, figlio del presidente, e accompagnata dall'hashtag #oBrasilNaoPodeParar (il Brasile non si può fermare), è stata ripresa sui suoi siti e pagine nei social dalla Segreteria di comunicazione della presidenza (Secom), il cui responsabile - Fabio Wajngarten - è stato il primo membro dell'equipe di Bolsonaro messo in quarantena dopo essere risultato positivo al test per il coronavirus.

Eppure, quando gli è stata comunicata la sentenza, la Secom ha risposto con un comunicato nel quale ha indicato che «non esiste una campagna pubblicitaria o un contenuto ufficiale intitolato "Il Brasile non si può fermare" e che "si tratta di una menzogna, una fake news diffusa da alcuni mezzi di comunicazione». Nel frattempo, i messaggi sul sito e nei social del governo sono spariti.

ISRAELE - Niente Processione della Domenica delle Palme né Via Crucis a Gerusalemme, almeno nelle forme tradizionali fino a ora applicate. Lo ha deciso l'amministratore apostolico di Terra Santa padre Pierbattista Pizzaballa in adesione alle restrizioni imposte dalla lotta al coronavirus. «Tra pochi giorni inizierà la Settimana Santa, che è il cuore dell'anno liturgico, e anche in quell'occasione - ha scritto in una lettera inviata alle parrocchie, ai sacerdoti e ai fedeli - le nostre possibilità di celebrazione saranno assai limitate».

Il cuore della Settimana resta il Santo Sepolcro in Città Vecchia, ma a seguito alle direttive civili le celebrazioni «saranno necessariamente ridotte». Nel luogo sacro saranno tuttavia tenute le funzioni del Triduo (Giovedì, Venerdì e Sabato Santo) ma alla presenza dei sacerdoti nel numero consentito dalle disposizioni. Rinviata anche la Messa Crismale che sarà celebrata verso la Pentecoste sperando che la situazione lo permetta. Per quanto riguarda le preghiere del Triduo queste saranno trasmesse in streaming anche se il Patriarcato ritiene che «sia molto più utile e fruttuoso invitare le nostre rispettive comunità a pregare in famiglia».

Sospese anche le Confessioni anche se sarà possibile in alcune strutture collettive (come ospedali, ospizi e case di accoglienza) dare, in aderenza al Diritto Canonico, assoluzioni collettive. «Quest'anno sarà una celebrazione più simbolica che reale - ha spiegato Pizzaballa - ma non può essere altrimenti». L'Amministratore apostolico non ha escluso comunque, in base alle norme consentite dalle autorità, «una piccola cerimonia sul Monte degli Ulivi», come sostituzione alla processione della Domenica delle Palme, molto sentita a Gerusalemme. «In tutte le preghiere e celebrazioni non si dimentichi di pregare - ha concluso - per le vittime di questo virus, per la Chiesa nel mondo e in particolare per la nostra Chiesa di Gerusalemme».

IRAN - Altre 117 persone che avevano contratto il coronavirus sono decedute nelle ultime 24 ore in Iran, portando il totale delle vittime a 2757. I casi accertati di Covid-19 salgono a 41'495, con 3186 nuovi contagi in un giorno. Le persone guarite sono invece 13'911. Lo rende noto il ministero della Salute di Teheran.

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Ultimo aggiornamento: 2020-05-28 15:22:03 | 91.208.130.85