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SVIZZERA

L'allarme di Amnesty International: «Il mondo è a rischio»

Diritti umani in frantumi. Siamop la minaccia dei potenti. Il rapporto shock di Amnesty che segnala gravi limitazioni in Svizzera al diritto di manifestare e pressioni sulla libertà di espressione, soprattutto negli atenei.
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L'allarme di Amnesty International: «Il mondo è a rischio»
Diritti umani in frantumi. Siamop la minaccia dei potenti. Il rapporto shock di Amnesty che segnala gravi limitazioni in Svizzera al diritto di manifestare e pressioni sulla libertà di espressione, soprattutto negli atenei.

LONDRA/BERNA - "Non siamo di fronte a un lento sgretolamento ai margini del sistema, ma a un attacco aperto alle sue fondamenta": con queste parole Agnès Callamard, segretaria generale Amnesty International, presenta il rapporto annuale 2025 dell'organizzazione, che lancia un allarme globale. Potenze mondiali, grandi aziende e movimenti ostili ai diritti umani stanno minando il multilateralismo, il diritto internazionale e i principi universali sanciti dalla dichiarazione dei diritti umani.

Secondo il rapporto pubblicato oggi si registra una "drammatica escalation dei crimini più gravi contro il diritto internazionale". A provocare e alimentare i conflitti - a Gaza, in Ucraina, in Sudan, nel Congo orientale, in Iran e in tutto il Medio Oriente - sarebbero direttamente alcuni stati, tra cui Israele, Stati Uniti, Russia ed Emirati Arabi Uniti, attraverso l'uso della forza militare, la fornitura di armi o il sostegno diretto a parti in guerra. "Se la comunità internazionale continuerà a tollerare questi attacchi - avverte Amnesty - rischiamo un'era pericolosa, segnata da disuguaglianza, impunità e sistematica negazione dei diritti fondamentali".

Il documento denuncia una strategia coordinata per indebolire gli organismi sovranazionali: sanzioni contro la Corte penale internazionale (CPI), attacchi politici ai mandati ONU, nonché ritiri da accordi chiave sul disarmo e sui diritti umani. Il risultato, sostiene Amnesty, è lo smantellamento dello stato di diritto a livello globale. Parallelamente si assiste a un'impennata delle repressioni contro la società civile, i media indipendenti e i movimenti di protesta. In molti paesi le forze dell'ordine rispondono al dissenso sociale e politico con violenza eccessiva, arresti arbitrari, sorveglianza di massa e abuso delle leggi antiterrorismo.

Sempre più diffuso risulta essere l'uso di strumenti digitali di sorveglianza per mettere a tacere attivisti, giornalisti e minoranze. E da parte loro i tagli alla cooperazione internazionale allo sviluppo hanno aggravato le crisi in settori come la sanità, la giustizia climatica, i diritti delle donne e la protezione di rifugiati e migranti.

La Confederazione

Il capitolo dedicato alla Confederazione non risparmia le critiche. "In quanto sostenitore del diritto internazionale - afferma Alexandra Karle, direttrice di Amnesty Svizzera - il nostro Paese dovrebbe prendere chiaramente posizione contro le pratiche autoritarie, proteggere la CPI e condannare con coerenza le violazioni del diritto internazionale". Secondo l'associazione nel corso del 2025 in territorio elvetico è finita sotto pressione soprattutto la libertà di opinione e di riunione: le manifestazioni sono state limitate da rigidi obblighi di autorizzazione e gli organizzatori talvolta esposti a costi proibitivi.

In diverse città, denuncia ancora l'organizzazione, la polizia è intervenuta "con mezzi ingiustificati o sproporzionati": accerchiamenti, proiettili di gomma, manganelli e gas lacrimogeni sono stati usati contro i manifestanti. "Amnesty è preoccupata per la crescente disponibilità a limitare il diritto di protesta in nome della sicurezza", dice Karle. Il rischio è di adottare misure di sorveglianza invasive e di impedire in modo sistematico manifestazioni e opinioni sgradite.

Particolarmente preoccupante, conclude Amnesty Svizzera, è stata la pressione esercitata sulla libertà di espressione e di riunione negli atenei: studentesse e studenti sono stati perseguiti penalmente per aver partecipato a proteste contro quello che l'organizzazione definisce il genocidio a Gaza.

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