«Messina Denaro veniva a Milano»

Maxi processo Hydra: emergono dettagli su summit mafiosi a Milano, relazioni con politici e nuovi collaboratori di giustizia tra minacce e misteri.
Maxi processo Hydra: emergono dettagli su summit mafiosi a Milano, relazioni con politici e nuovi collaboratori di giustizia tra minacce e misteri.
ROMA - I legami col capo di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, arrestato e morto tre anni fa dopo 30 anni di latitanza, nel corso dei quali avrebbe preso parte pure a «incontri» nello studio di un avvocato a Milano.
La conferma dell'esistenza dal 2019 di una «unione» tra le tre mafie, quella siciliana, la 'ndrangheta e la camorra, per fare «affari» in Lombardia. E le risposte sui rapporti della «organizzazione» a tre teste con politici, ma riportate in pagine coperte da omissis.
Sono i contenuti dei verbali dei nuovi pentiti del maxi procedimento «Hydra» della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Milano e dei carabinieri del Nucleo investigativo, che da qualche anno ha portato a galla il «sistema mafioso lombardo», come alleanza di esponenti delle tre mafie.
Dopo i tre collaboratori di giustizia che avevano già parlato, uno nelle indagini e due nel processo abbreviato (62 condanne a gennaio), stamani ne è spuntato un altro dalla prima udienza del maxi processo con rito ordinario a carico di 45 persone, davanti all'ottava penale (giudici Balzarotti-Speretta-Fanales).
Si tratta di Gioacchino Amico, 40 anni, commerciante di frutta e verdura, tra gli imputati, che avrebbe fatto parte del «consorzio» per conto della camorra del clan romano dei Senese, partecipando a molti «summit».
Di un altro pentito si era già saputo tre giorni fa, perché morto suicida nel carcere di Torino, con la Procura che ha aperto un'inchiesta per approfondimenti. Era Bernardo Pace, «imprenditore» si è definito, già condannato in abbreviato, e strettamente legato a «zio Paolo» o «il mio padrino», ossia Paolo Aurelio Errante Parrino, cugino di Messina Denaro e presunto capo della componente del mandamento di Castelvetrano.
I primi verbali dei due sono stati depositati dal procuratore Marcello Viola e dai pubblici ministeri (pm) Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane all'apertura del processo, con udienze fissate fino a settembre, nell'aula bunker davanti al carcere di San Vittore. All'esterno un presidio della «società civile».
Sia Pace che Amico hanno spiegato la loro scelta con la volontà di cambiare vita. «Sono perfettamente a conoscenza dei vari tentativi di uccidermi», ha detto Amico, ricordando anche di essere stato in passato «coordinatore cittadino di Canicattì» del «Movimento Fare creato dall'ex sindaco di Verona Flavio Tosi».
«C'è gente in libertà, che è molto feroce (...) in grado di infiltrarsi ovunque (...) infiltrarsi in politica (...) Il mio dovere morale è anche di fermare queste persone», ha affermato il 40enne, libero dopo l'arresto nel 2023 e che vive in una località protetta, sostenendo che con la collaborazione, in corso dal 3 febbraio, vuole pure proteggere la «incolumità» dei magistrati che si occupano del processo.
Di Messina Denaro aveva parlato Pace, 61 anni, trovato impiccato nel bagno della cella. «Non so leggere, né scrivere», aveva spiegato ai pm. Prima di iniziare a raccontare, il 9 febbraio, che era Errante Parrino (al 41bis e oggi videocollegato all'udienza) a tenere «i rapporti anche con l'ex latitante».
Il boss «veniva a Milano e si vedevano allo studio dell'avvocato». Un legale citato con nome e cognome e che è «morto». E ancora: «loro facevano delle riunioni». Poi, «chiamava con un altro telefono e parlava con la sorella» del boss, con una «specie di messaggio in codice». Anche Amico, secondo Pace, sarebbe stato in contatto con Messina Denaro, tramite un avvocato, per «traffici di droga e compensazione crediti Iva falsi».
Tra le decine di pagine annerite, perché omissate, anche quelle sui «rapporti tra l'organizzazione mafiosa» e «esponenti politici locali e nazionali». Per Amico, che sta svelando dettagli, «Hydra» è una «bella indagine che fotografa esattamente quello che è accaduto». Il capo sarebbe stato Giancarlo Vestiti, tra gli imputati. Negli atti il ruolo delle «organizzazioni cinesi dedite al riciclaggio» e della mafia albanese, «la più spietata». E parole che promettono sviluppi: «Qualcuno muoverà i fili (...) quando sarà il momento ne parleremo».




