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RUSSIAQuelle cose della Russia che non abbiamo capito (e che sono diventate più chiare negli ultimi due mesi)

21.04.22 - 22:20
Equivoci e sottovalutazione di alcune dinamiche: il punto di vista dello storico Pietro Figuera
keystone-sda.ch (Evgeny Biyatov)
Quelle cose della Russia che non abbiamo capito (e che sono diventate più chiare negli ultimi due mesi)
Equivoci e sottovalutazione di alcune dinamiche: il punto di vista dello storico Pietro Figuera

MOSCA - L’Occidente fatica a capire la Russia. Questo non accade solo dall’inizio della guerra (o della “operazione militare speciale”, come si ostinano a chiamarla nella Federazione), ma da lungo tempo ormai. Lo afferma lo storico italiano Pietro Figuera nel suo articolo apparso sul primo numero della rivista geopolitica “Domino”.

Il sostegno a Putin (e quindi alla guerra) - Si parte da una premessa: l’invasione dell’Ucraina è approvata da una percentuale altissima di russi, a giudicare dai recenti indici di gradimento del presidente Vladimir Putin. L’83% della popolazione apprezza l’operato del capo del Cremlino, secondo le rilevazioni di fine marzo del Levada Center, con una differenza del 14% rispetto a gennaio. Il sondaggio, realizzato dal centro di rilevazione più indipendente (e quindi affidabile) in Russia indica che il sostegno è almeno pari a quello mostrato nel 2014, ai tempi dell’annessione della Crimea. Pur con tutte le riserve nel trarre indicazioni precise da un sondaggio (perdipiù realizzato in un Paese diffidente come la Russia e in una situazione così particolare), Figuera osserva che «il sostegno trasversale alla guerra, da parte dei russi, non è asservimento a un’informazione di regime» né una cieca fedeltà alla patria, nel bene o nel male. Si tratterebbe, invece, di «un’adesione largamente condivisa a una versione della storia alternativa a quella occidentale».

La visione occidentale (sbagliata) - Partiamo da una premessa sbagliata, afferma Figuera. «Abituati alla dialettica parlamentare, a un pluralismo a volte perfino dilaniante», noi occidentali fatichiamo «a dar credito a un sistema socio-politico che sembra muoversi come un blocco unico. Di certo tale sistema non verrà compreso con le lenti anglosassoni, che tendono solitamente a rappresentare popoli in lotta contro tiranni in un gioco a somma zero», nel quale guadagni e perdite sono perfettamente bilanciati (come insegna la teoria dei giochi). Non capendo ciò, almeno nelle prime fasi del conflitto abbiamo dipinto un ritratto di un Putin che (probabilmente) non esiste: quello di «un presidente-dittatore, possibilmente folle, protagonista solitario di una guerra di cui tutti i suoi sottoposti sarebbero vittime».

Il desiderio di rivincita - Per arrivare a una comprensione almeno parziale di questa guerra, secondo Figuera, dobbiamo considerare questi decenni di “putinismo” e dobbiamo sforzarci di considerare i fatti, i sentimenti e le frustrazioni di un popolo che è passato dall’essere un impero (seppur nella fragilità che l’Unione Sovietica non è riuscita sempre a mascherare) a un’entità che non ha accettato di essere stata sconfitta con il crollo del muro di Berlino. Un equivoco «banale ma foriero di disastri per gli anni a venire». 

«Fuori dalla portata della nostra comprensione» - Tra le cose che non abbiamo capito, prosegue il fondatore di Osservatorio Russia, c’è questo: «la Russia si stava preparando da tempo», se non alla guerra, «al peggio». Quindi «a essere isolata economicamente e virtualmente, a dover tagliare i ponti con l’Europa per congiungersi all’inevitabile nuovo alleato cinese», con tutti i rischi che può comportare un legame con Pechino (ma questa è un’altra storia). L’Occidente ha sottovalutato, secondo Figuera, un aspetto fondamentale del carattere russo: «un paese che ha patito oltre venti milioni di morti in una guerra di strenua autodifesa, al culmine di un secolo già segnato da tragedie incommensurabili (un’altra guerra mondiale, tre rivoluzioni, collettivizzazione forzata, carestie e purghe) è fuori dalla portata della nostra comprensione».

Le sanzioni e l’economia come mezzo - Ecco quindi emergere una Russia che «non si spaventa alla prospettiva di un nuovo isolamento. Anche per il caratteristico spirito d’adattamento che ne contraddistingue la popolazione». Viene quindi da chiedersi: le sanzioni occidentali sono inutili? Non lo sono, aggiunge Figuera, anzi al momento «sono forse l’unica arma che abbiamo a disposizione se non vogliamo finire in ben altro tipo di campo di battaglia». Resta il fatto che, secondo l’esperto, «non abbiamo capito che le finanze, almeno nel senso da noi tradizionalmente inteso, costituiscono una variabile del tutto secondaria nelle equazioni del Cremlino». Per Mosca «l’economia non è un fine, bensì un mezzo. Peraltro nemmeno infallibile, data la forza non proprio irresistibile del rublo e della piazza finanziaria di Mosca». L’accumulo di riserve in vista dei tempi bui (puntualmente arrivati) è finalizzata a «non badare a spese quando si tratta di tutelare interessi ritenuti vitali». 

Non teme, quindi disprezza - Putin, quindi, andrà avanti per la sua strada «non per mera testardaggine, ma per non mostrarsi vulnerabile alle nostre armi economiche». E per dimostrare di essere qualcosa di diverso (di migliore, dal suo punto di vista) da qualsiasi competitor europeo. Il presidente russo probabilmente disprezza il senso europeo per la democrazia ma, allo stesso tempo, «il Cremlino disprezza l’Europa proprio perché non la teme - non la può temere, militarmente parlando. E non disprezza (al di là delle dichiarazioni di facciata) gli Stati Uniti proprio perché può temerli». Invadendo l’Ucraina, il messaggio lanciato a Washington è: siamo tornati a essere una superpotenza. Mentre quello inviato a Bruxelles è: «Non siamo come voi. O almeno non più. Non ci riconosciamo nei vostri valori - sbandierati a giorni alterni, si veda la diversa accoglienza riservata agli ucraini e ai siriani, o il doppio standard democratico manifestato verso alleati e rivali. Non ci interessano i vostri affari, e siamo anche contenti se adesso dovrete pagare di più l’energia».

Capire per prevenire - Il consiglio di Figuera è semplice ma prezioso: «Prima di tornare a parlare alla Russia sarebbe il caso di annotare queste e altre incomprensioni del nostro rapporto con essa». Sarà utile per l’Occidente e per la stessa Mosca. «Capire l’interlocutore non significa assecondarlo. Anzi, può servire pure a contrastarlo meglio, all’occorrenza. Non capirlo, invece, non porta da nessuna parte».

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