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12.11.2018 - 18:320

Amnesty International contro Aung San Suu Kyi

L'organizzazione ha revocato il premio “Ambasciatore della Coscienza” che le fu conferito nel 2009

LONDRA - Amnesty International ha annunciato oggi di aver revocato l’attribuzione del suo più alto riconoscimento, il premio “Ambasciatore della Coscienza”, ad Aung San Suu Kyi «in seguito al vergognoso tradimento da parte della leader del Myanmar degli stessi valori che un tempo rappresentava», si legge in un comunicato odierno.

In data odierna il Segretario generale di Amnesty International, Kumi Naidoo, ha scritto ad Aung San Suu Kyi per informarla che l’organizzazione ha deciso di revocare il premio attribuitole nel 2009. Naidoo ha espresso la delusione dell’organizzazione per il fatto che - a metà del suo mandato, e otto anni dopo il rilascio dagli arresti domiciliari – Aung San Suu Kyi non abbia usato la propria autorità politica e morale per proteggere i diritti umani, la giustizia e l’uguaglianza in Myanmar, citando ad esempio la sua apparente indifferenza nei confronti delle atrocità commesse dall’esercito del paese e la crescente intolleranza verso la libertà d’espressione.

«In qualità di Ambasciatore della Coscienza di Amnesty International, ci aspettavamo che avrebbe continuato a far uso della sua autorità morale per alzare la voce contro le ingiustizie ovunque le vedesse, soprattutto nello stesso Myanmar» ha scritto Kumi Naidoo. «Oggi siamo costernati di dover constatare come lei non rappresenti più un simbolo di speranza, coraggio e dell’instancabile difesa dei diritti umani. Amnesty International non può più giustificare il suo statuto di persona insignita del premio Ambasciatore della Coscienza e quindi, con grande tristezza, abbiamo deciso di revocarlo».


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Perpetuate le violazioni dei diritti umani - Da quando, nell’aprile 2016, Aung San Suu Kyi è diventata la leader de facto del governo a guida civile del Myanmar, la sua amministrazione è stata attivamente coinvolta nel commissionare o perpetrare molteplici violazioni dei diritti umani.

Amnesty International ha ripetutamente criticato l’incapacità da parte di Aung San Suu Kyi e del suo governo di esprimersi contro le atrocità commesse dai militari nei confronti della popolazione Rohingya, che nello stato di Rakhine è da anni sono sottoposta a un sistema di segregazione e discriminazione simile all’apartheid. Durante la campagna di violenza sistematica scatenata contro i Rohingya lo scorso anno, le forze di sicurezza del Myanmar hanno ucciso migliaia di persone, stuprato donne e ragazze, arrestato e torturato uomini e ragazzi, ridotto in cenere centinaia di case e villaggi. Oltre 720’000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Un rapporto delle Nazioni Unite ha chiesto che alti ufficiali militari siano indagati e tradotti davanti alla giustizia per il crimine di genocidio.

Nonostante il governo civile non abbia controllo sull’esercito, Aung San Suu Kyi e la sua amministrazione hanno protetto le forze di sicurezza dall’assunzione delle proprie responsabilità respingendo, minimizzando o negando le accuse di violazioni dei diritti umani e ostacolando le indagini internazionali sugli abusi.

La sua amministrazione ha attivamente provocato ostilità nei confronti dei Rohingya, etichettandoli come "terroristi", accusandoli di aver bruciato le proprie case e di aver denunciato “finti stupri”. Nel frattempo i media statali hanno pubblicato articoli infiammatori e disumanizzanti che alludono ai Rohingya come "pulci umane detestabili" e "spine" che devono essere eliminate.

«L'incapacità di Aung San Suu Kyi di parlare a nome dei Rohingya è uno dei motivi per cui non possiamo più giustificare il suo status di Ambasciatrice della Coscienza», ha detto Kumi Naidoo. «Il suo negare la gravità e la portata delle atrocità commesse significa che ci sono poche prospettive di miglioramento della situazione per le centinaia di migliaia di Rohingya che vivono nel limbo in Bangladesh o rimangono nello Stato Rakhine. Senza il riconoscimento degli orribili crimini commessi contro questa comunità, è difficile immaginare come il governo possa in futuro adottare misure per proteggerli».

Amnesty International ha anche evidenziato la situazione nel Kachin e negli Stati settentrionali dello Shan, dove ancora una volta Aung San Suu Kyi non ha fatto leva sulla propria influenza e autorità morale per condannare gli abusi da parte dei militari, per chiedere che i responsabili assumano le proprie responsabilità per i crimini di guerra o per parlare a nome delle minoranze etniche che portano il peso dei conflitti. A peggiorare le cose, la sua amministrazione ha imposto severe restrizioni di accesso agli aiuti umanitari, aggravando le sofferenze di oltre 100’000 persone sfollate in seguito ai combattimenti.


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La consegna del premio alla presenza di Bono Vox.

Attacchi alla libertà d’espressione - Nonostante il potere esercitato dai militari, vi sono settori in cui il governo a guida civile ha l’autorità necessaria per attuare riforme volte a migliorare la tutela dei diritti umani, in particolare nel campo della libertà d’espressione, di associazione e di riunione pacifica. Ma nei due anni trascorsi da quando l'amministrazione di Aung San Suu Kyi ha assunto il potere, i difensori dei diritti umani, gli attivisti pacifici e i giornalisti sono stati arrestati e imprigionati, mentre altri si trovano ad affrontare minacce, molestie e intimidazioni.

L'amministrazione di Aung San Suu Kyi non ha abrogato leggi repressive, comprese alcune delle leggi utilizzate per detenere lei e altri attivisti per la democrazia e i diritti umani. La stessa amministrazione ha però difeso attivamente l'uso di queste leggi, in particolare la decisione di perseguire e incarcerare due giornalisti della Reuters per aver indagato sul coinvolgimento dei militari nella persecuzione dei Rohingya.

 Aung San Suu Kyi è stata nominata Ambasciatrice della Coscienza di Amnesty International nel 2009, quale riconoscimento della sua lotta pacifica e non violenta per la democrazia e i diritti umani. All'epoca era detenuta agli arresti domiciliari, dai quali è stata rilasciata esattamente otto anni fa. Quando, nel 2013, ha potuto finalmente ritirare il premio, Aung San Suu Kyi ha chiesto ad Amnesty International di «non distogliere gli occhi o la mente e di aiutarci ad essere il paese in cui speranza e storia si fondono».

«Amnesty International ha preso molto sul serio la richiesta fatta da Aung San Suu Kyi quel giorno, motivo per cui non distoglieremo mai lo sguardo dalle violazioni dei diritti umani in Myanmar», ha detto Kumi Naidoo. «Continueremo a lottare per la giustizia e i diritti umani in Myanmar - con o senza il suo sostegno».

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