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Incendi nel Malcantone, li ha appiccati un pompiere

Si tratta di un giovane volontario di un corpo attivo nel Luganese, attualmente in arresto per incendio intenzionale e danneggiamento. Lo psichiatra: «C'è un forte legame tra la professione e questa fascinazione per il fuoco»
Rescue Media
Incendi nel Malcantone, li ha appiccati un pompiere
Si tratta di un giovane volontario di un corpo attivo nel Luganese, attualmente in arresto per incendio intenzionale e danneggiamento. Lo psichiatra: «C'è un forte legame tra la professione e questa fascinazione per il fuoco»

Il fascino del fuoco che incontra la smania di protagonismo o, banalmente, la noia. E che si appropria di chi quelle fiamme dovrebbe spegnerle. E invece le appicca. 

È il caso del pompiere residente nel Luganese, autore - per sua stessa ammissione - dei recenti roghi appiccati a Caslano, in Via Torrazza, il 28 marzo, e a Ponte Tresa in Via Ronchi due giorni dopo. Un giovane volontario, 21 anni, di un corpo attivo nel Luganese, veniamo a sapere, arrestato giovedì e reo confesso. Attualmente si trova in carcere, accusato di incendio intenzionale e danneggiamento.

Una notizia che ha scosso la piccola comunità del Malcantone, come ammette il sindaco di Caslano, Emilio Taiana: «Lo abbiamo saputo soltanto ieri. Personalmente non lo conoscevo, ma non posso negare di essere rimasto stupito. Credo non dimorasse nemmeno nel nostro comune, ma non ne sono certo». 

I precedenti - Il caso non è un unicum, anzi. La storia recente è costellata di episodi analoghi: come i roghi nel Canton Zurigo nel 2007 e poi nel Canton San Gallo tra il 2021 e 2022. Sul posto arrivava sempre il pompiere Tobias. O la serie di incendi che nel 2022 scossero la popolazione solettese. Anche lì, era sempre pronto a intervenire lo stesso pompiere. 

«Legame tra la professione e questa fascinazione per il fuoco» - Tazio Carlevaro, psichiatra e psicoterapeuta, prova a fornirci un profilo: «Può sembrare paradossale, ma questi episodi sono strettamente legati alla professione. Per molti è una passione: è un’attività che richiede impegno fisico, allenamento, coraggio. Intervenire su un incendio genera adrenalina, un po’ come affrontare una sfida. E si ottengono anche riconoscimento sociale e apprezzamenti», spiega.

Il medico stesso conferma come episodi del genere non siano poi così isolati: «Non sono casi frequentissimi, ma nemmeno rarissimi». E sono alimentati da una fame di emozioni forti: «Ci sono persone che, proprio per alimentare questa adrenalina, possono arrivare a provocare incendi. Spesso si nota che sono sempre tra i primi a intervenire: questo può essere un segnale sospetto».

A scatenare l’istinto piromane, spesso, la seduzione che le fiamme, da sempre, riescono a suscitare nell’uomo: «C’è una componente legata al fascino del fuoco, un elemento potente, quasi “vivo”: si muove, si espande, è pericoloso e al tempo stesso affascinante. A questo si aggiungono il desiderio di protagonismo, il bisogno di riconoscimento e la ricerca di adrenalina. Tutti fattori che possono portare alla ripetizione del comportamento», prosegue Carlevaro.

«Smettere non è facile, ma si può» - Smettere, una volta iniziato, non è così facile. «Più si sperimenta questa scarica di adrenalina, più si tende a cercarla di nuovo. Tuttavia non è automatico: se una persona viene fermata e riflette su quanto accaduto, può anche interrompere questo schema», sottolinea lo psichiatra.

Per evitare che il comportamento si ripeta ci sono delle tecniche: «Dipende ovviamente dalla capacità di rielaborare l’esperienza. Alcuni possono trovare alternative, come attività sportive intense, che offrano sensazioni simili senza conseguenze dannose. Non c’è un percorso terapeutico che vada bene per tutti. Ma, in generale, è importante allontanarsi dallo stimolo - in questo caso dal fuoco - e lavorare sulla gestione della “mancanza”, un po’ come avviene nelle dipendenze. L’obiettivo è imparare a tollerare e superare quel bisogno senza ricadere nel comportamento».

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