«Non serve l’inglese per arrivare al mondo»

Da “Vaitimbora”, forte di oltre 130 milioni di ascolti su Spotify, a molti altri brani di successo: la giovane cantante brasiliana Mari Froes porterà il suo repertorio al Lugano LongLake Festival il prossimo 14 luglio.
LUGANO - Ci sono corde che vibrano in modo diverso, parole e immagini capaci di toccare le emozioni più profonde. Nella giovane cantante brasiliana Mari Froes queste corde hanno un nome preciso: Brasile.
Un legame che non sfocia nel fanatismo, ma diventa un punto di riferimento, un modello. E così, quando si parla della sua terra d’origine, gli occhi le si illuminano. «Il Brasile è la mia più grande fonte di ispirazione, non solo nella musica: anche il cibo, i paesaggi, la bellezza. La musica brasiliana mi influenza molto, soprattutto il samba e la bossa nova. Sono generi sempre presenti nel mio lavoro, anche inconsciamente».
Durante il suo secondo tour in Europa, Mari si esibirà anche al Boschetto del Parco Ciani di Lugano il prossimo 14 luglio (inizio alle 20), nell’ambito della rassegna ROAM del Lugano LongLake Festival.
«Questa nuova tournée estiva è molto bella, diversa: l’ultima volta che sono venuta faceva più freddo. Ora sto facendo molti festival, e anche questo è molto interessante. Non avevo molta esperienza con i festival prima, e adesso ne sto facendo uno dopo l’altro. È davvero molto bello».
E com’è il contatto con il pubblico europeo, che immagino sia diverso da quello brasiliano?
«È diverso, ma in realtà ogni luogo è unico. Ogni pubblico è diverso, e anche ogni concerto, perfino nello stesso posto, è sempre diverso. Però è stato molto magico: mi piace molto suonare qui e credo che l’accoglienza del pubblico sia ottima».
Sarà la tua prima volta in Ticino. Quali sono le tue aspettative per il concerto a Lugano?
«Ho aspettative molto alte, penso che sarà bellissimo. Immagino anche che il luogo sia visivamente stupendo, perché la Svizzera ha paesaggi incredibili. Ho già suonato in altri posti in Svizzera, ma mai a Lugano. Sono molto entusiasta».
Negli ultimi anni la tua musica ha raggiunto molte persone, in Brasile e anche all’estero. Come stai vivendo questo momento di riconoscimento nazionale e internazionale?
«È molto gratificante, molto speciale. Soprattutto come artista brasiliana che canta in portoghese, avere un riconoscimento internazionale è davvero bello, perché dimostra che non bisogna per forza cantare in inglese per avere successo fuori. Per me è incredibile: mi sento molto felice e grata di poter portare la musica del mio Paese nel mondo».
Da dove nascono di solito le tue canzoni? Da immagini, emozioni, esperienze personali?
«Possono nascere da diversi luoghi. Spesso parlo della mia vita: i miei brani riguardano i miei sentimenti e i miei processi interiori. Ma mi piace anche scrivere storie, ispirate ad altre persone o inventate, e inserire elementi del Brasile e della natura nei testi».
“Vaitimbora” è un buon esempio di questo. È stato un grande successo: cosa rappresenta per te?
«È stato un punto di svolta nella mia vita. In realtà è una canzone di un artista brasiliano che adoro, Seu Pereira. Quando l’ho scoperta ho pensato subito di registrarla, perché mi ha colpito il modo in cui racconta il folklore brasiliano in modo moderno e allo stesso tempo classico. Questa canzone ha cambiato tutto per me, sono molto grata per ciò che mi ha portato».
Nella tua musica c’è molta poesia. Cosa ti piace trasmettere al pubblico?
«Mi piace trasmettere un sentimento. È la cosa più importante: voglio che le persone sentano autenticità, qualcosa che viene dal cuore. Oggi c’è molta musica che non sembra venire dall’anima. Per me questa autenticità fa la differenza: è ciò che cerco di portare in ogni brano e in ogni concerto, una connessione reale».
C’è qualcosa della cultura brasiliana che porti sempre sul palco?
«Sì, diversi elementi. Il principale è il “swing”, perché la musica brasiliana ha un ritmo molto particolare. Voglio che le persone escano dai concerti almeno un po’ ballando. Anche la percussione è molto caratteristica».
Oltre a “Vaitimbora”, c’è un’altra canzone particolarmente importante per te?
«Sì, ce n’è una che si chiama “Eu”, che ho scritto quando avevo circa 16 anni. È molto speciale perché racconta come funziona la mia mente. Parla un po’ di solitudine, ma anche della bellezza nella malinconia. È molto personale per me».
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