«Attaccano l'alcol, ma a perderci siamo solo noi»

Dietro la crisi del vino ticinese con Valerio Cimiotti, direttore di Ticinowine. A influenzare il calo delle vendite sono anche i prezzi. Che non possono cambiare.
Dietro la crisi del vino ticinese con Valerio Cimiotti, direttore di Ticinowine. A influenzare il calo delle vendite sono anche i prezzi. Che non possono cambiare.
LUGANO - «La situazione non è delle migliori. Subiamo la continua diminuzione del consumo di vino». Valerio Cimiotti, direttore di Ticinowine, fotografa così il momento critico dei vini prodotti nella Svizzera italiana. Intercettato durante un evento a Lugano, snocciola alcuni dati significativi. «Il 2025 ha registrato un calo delle vendite del 14% sul vino rosso. Il vino bianco invece regge, con un calo "solo" dello 0,5%».
Il tema non è nuovo. E il cambio di rotta, va specificato, non concerne solo i vini ticinesi. Il fenomeno è nazionale e internazionale.
«Vero. Per il Ticino il problema è che noi non possiamo permetterci di mettere in vendita dei vini a bassissimo prezzo. Sul mercato si trovano vini a 5 o 6 franchi che arrivano magari dall'estero. L'uva noi la paghiamo mediamente 4 franchi e 20 al chilo».
Quindi il vino ticinese non può costare di meno...
«Ha tutto un suo processo produttivo, a partire dall'uva fino alla bottiglia, che ha un prezzo. E questo prezzo è da pagare».
Si dice che le nuove generazioni, rispetto magari a 20 anni fa, bevano meno vino. È vero?
«Sì. Lo apprezzano di più. Ma lo bevono di meno. Oggi noi tra l'altro siamo confrontati con la "lotta contro l'alcol" che un po' ci penalizza. Ci attaccano spesso con l'argomentazione che il vino fa male. Stranamente però tutti gli altri alcolici che vengono bevuti agli aperitivi non subiscono perdite. L'alcol viene attaccato. E a perderci è praticamente solo il vino».
Ma il vino fa male sì o no?
«Non fa male se viene bevuto nella quantità giusta. Quasi nessun medico negherebbe un bicchiere di vino ai pasti».
Vista la situazione, avete studiato una strategia per rilanciare il vino ticinese?
«Facciamo tanta promozione. Eventi come "Cantine aperte" attirano parecchie persone, anche tanti giovani. Vogliamo fare conoscere anche i valori che stanno dietro il vino ticinese. C'è tanta cultura. È tutto un relazionarsi, un dare valore, un fare comprendere. È una difesa del territorio soprattutto. Se smettessimo di produrre vino, i bellissimi vigneti del Luganese, del Mendrisiotto, del Locarnese o del Bellinzonese scomparirebbero».
C'è anche una questione storica dunque da salvaguardare?
«Esatto. E dobbiamo impegnarci in tal senso».
Avete presenziato a un evento di Grandes Tables Suisses a Castagnola. Tradotto: significa che il vino ticinese finisce sempre più nei ristoranti di chef stellati di tutto il Paese...
«Il vino ticinese è riconosciuto in tutta la Svizzera. Soprattutto il Merlot ticinese ha una sua posizione nei ristoranti di fama. Desideriamo fare conoscere ulteriormente a questi chef i nostri vini. Il Ticino non è più solo Merlot».




