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12.01.2021 - 08:070
Aggiornamento : 15:07

Tre esercenti "ribelli" in Ticino, ma solo apparentemente

Dai controlli della polizia di Bellinzona e di Lugano non risultano attività aperte illegalmente ieri

Le voci dei ristoratori: «Abbiamo già abbastanza problemi per pensare di aderire a iniziative di questo genere che non portano a nulla».

BELLINZONA - "Wir machen auf", ovvero "apriamo". È sotto questo motto che ieri oltre 300 esercenti hanno aperto le loro attività per protestare contro le misure anti Covid-19 adottate dalle autorità per frenare la diffusione del virus. Sul sito internet wirmachenauf.ch si erano annunciati anche due locali a Bellinzona e uno a Lugano. Che però pare si siano tirati indietro.

«Allo stato attuale dei controlli effettuati sul territorio della Città di Lugano - ci ha fatto sapere nel pomeriggio di ieri la polizia cittadina -, non risultano attività aperte in contrasto con le attuali disposizioni Covid-19». Stesso riscontro si è avuto dalla polizia comunale di Bellinzona: «Dai controlli effettuati non è stata riscontrata alcuna apertura».

Nessuna sorpresa, quindi. In fondo, basta fare un giro di chiamate nei locali della capitale per scoprire che i pareri sono concordi. «Non aderiamo, è un'iniziativa mal fatta, non andiamo controcorrente in questo modo». E ancora: «Già abbiamo abbastanza problemi, non rischiamo pure di prendere delle multe per poi non ottenere nulla». Andare contro le norme della Confederazione «è un errore» per qualcun altro, che auspica piuttosto «qualcosa di diverso» che arrivi dall'alto, non dal basso. «Ci accontentiamo di andare avanti con il take away - aggiunge infine qualcuno -, nella speranza di aiuti e di tempi migliori».

Di "wir machen auf", tra i ristoratori, se n'è parlato eccome. Ma ci ha pensato anche Gastrosuisse a prendere le distanze con l'azione di disobbedienza, invitando la categoria a rispettare le misure decise dal Consiglio federale. Anche il presidente di GastroTicino, Massimo Suter, intervenuto al "Marghe & Chiello Show" di Radio Ticino, ha detto di «capire il modo», senza però poterlo condividere «perché contrario alla legge»: «I ristoratori iniziano ad avere l'acqua alla gola. Ma così si rischia di ledere anche la fiducia da parte dei clienti e dell'opinione pubblica. Bisogna evitare queste azioni di protesta per non inficiare quanto di buono fatto finora».

Nel frattempo, ieri il Consiglio di stato si è espresso in merito alle misure messe in consultazione la scorsa settimana da Berna. E condivide la proroga fino al 28 febbraio delle misure sul piano nazionale, «sostanzialmente già decisa dal Consiglio federale». Il Governo ticinese sottolinea tuttavia «l’esigenza di presentare congiuntamente anche un programma di aiuti economici mirati, celeri e rafforzati ai settori colpiti dalle chiusure»: si tratta in particolare degli esercizi della ristorazione, dei centri fitness, del settore della cultura e del tempo libero obbligati a una chiusura di una settantina di giorni, pur dovendo continuare a pagare i costi fissi.

 


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