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02.06.2020 - 06:360

Startup ticinesi: troppa rigidità dallo Stato?

Post Covid-19. A sollevare la questione è un imprenditore che si sente penalizzato: «Così ci escludono dagli aiuti».

La Confederazione ha deciso di dare una mano concreta alle nuove aziende. Ogni Cantone può adattare le misure alla propria realtà. «Non abbiamo stravolto nulla», dice Stefano Rizzi direttore della Divisione dell’economia.

«Ho investito poco meno di due milioni di franchi in una startup davvero innovativa. Otto anni di risparmi e duro lavoro. Ma ora il Cantone mi sta mettendo fuori gioco». È lo sfogo di un imprenditore del Bellinzonese. Qualche settimana fa, la Confederazione aveva sancito lo stanziamento di 154 milioni per sostenere le startup in questa delicata fase post emergenza Covid-19. «Il 65% dell’importo è coperto dalla Confederazione – precisa Samuel Turcati, economista della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) –. Il 35% dai Cantoni. Una quindicina di Cantoni ha aderito a questa iniziativa».

Criteri "solo ticinesi" – Tra questi anche il Ticino. Che, stando ad alcune persone toccate direttamente dalle misure, avrebbe rimescolato le carte. L’imprenditore che ha contattato Tio/20Minuti è deluso. «La Confederazione ha fissato criteri generali accessibili. Il Ticino li ha adattati in maniera improponibile. Ad esempio, un criterio "solo ticinese" consiste nell’avere alle dipendenze personale stipendiato. Nella mia startup non abbiamo ancora dipendenti. Li avremo, più avanti. A tal proposito si dice anche che bisognerebbe avere un determinato numero di impiegati. Oppure, che l’impresa in questione dovrebbe dimostrare di avere già ricevuto finanziamenti esterni sotto forma di prestiti per un importo superiore ai 100.000 franchi». 

Un momento delicato – Il nostro interlocutore non ci sta. E si appella ai politici ticinesi che hanno rapporti diretti con Berna. Consiglieri nazionali o agli Stati. «In questo modo il Cantone esclude un sacco di startup. Non è giusto. In questo momento tanto delicato, sarebbe il caso di venire incontro alle persone, anziché mettere loro i bastoni tra le ruote. Solo così l’economia può ripartire davvero. Tanta gente è coinvolta. E in parecchi rischiano la beffa».

La replica dello Stato – Stefano Rizzi, direttore della Divisione cantonale dell’economia, respinge ogni critica al mittente. «Non è stato attuato alcun irrigidimento delle regole – sostiene –. Come previsto dalla Confederazione, al momento della definizione della misura, i Cantoni sono responsabili di trovare le modalità operative per valutare la scalabilità, l’innovazione e la base scientifica o tecnologica».

Un approccio federalista – Secondo Rizzi si tratterebbe di un approccio federalista, che oltre a richiedere un impegno finanziario anche ai Cantoni, consentirebbe di adattare al meglio lo strumento in funzione delle proprie specifiche strategie. «A questo riguardo, il Ticino da ormai diversi anni si è dotato di una chiara strategia a sostegno di startup innovative. Tra l’altro, considerata la situazione particolare con cui siamo confrontati, il Consiglio di Stato ha comunque deciso di ampliare la cerchia dei possibili beneficiari anche a quelle startup che hanno già dato prova di sapere raccogliere finanziamenti privati».

Paletti inutili – Che ne pensa l'imprenditore furioso? «Lo ribadisco: il Cantone ci sta creando problemi. E non solo a me. Troppi paletti inutili e dannosi. Le startup "premiate" dovrebbero essere meritevoli in base al proprio prodotto, che sia innovativo o tecnologicamente interessante. Dovrebbero presupporre una concorrenza cantonale e nazionale relativamente bassa, o nulla. Gli aiuti, inoltre dovrebbero, considerare i soldi investiti negli ultimi 10 anni. Perché a seconda della complessità del prodotto una startup ci mette più tempo rispetto a un'altra a diventare produttiva e redditizia. Qualcuno rivaluti queste misure. È un appello che faccio a nome di chi crede in un'economia ticinese sana».

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