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SVIZZERA«La Svizzera non è un self-service per i consorzi internazionali»

27.04.22 - 08:00
A tu per tu col ministro della cultura Alain Berset sulla Legge sul cinema in votazione il prossimo 15 maggio
20min/Simon Glauser
SVIZZERA
27.04.22 - 08:00
«La Svizzera non è un self-service per i consorzi internazionali»
A tu per tu col ministro della cultura Alain Berset sulla Legge sul cinema in votazione il prossimo 15 maggio

BERNA - Mancano meno di tre settimane alle prossime votazioni federali, in cui saremo chiamati a esprimerci anche sulla nuova Legge sul cinema. Tale legge (meglio nota come Lex Netflix) prevede che le piattaforme di streaming investano di più in Svizzera e propongano una quota minima di contenuti europei. Secondo il più recente sondaggio, al momento il destino della proposta è incerto. Ne abbiamo parlato col ministro della cultura Alain Berset.

Come mai i consumatori dovrebbero guardare film europei, quando preferiscono altro?
«Per i consumatori non cambierà nulla. Già oggi le piattaforme di streaming offrono un 30% di produzioni europee per via di una norma Ue, lo stesso vale per la Svizzera. Un servizio come Netflix non ha un catalogo specifico per un mercato piccolo come quello elvetico».

Ma se non cambia nulla, perché andiamo a votare?
«La quota del 30% di contenuti europei è stata inserita nella legge poiché in Europa è già realtà ed è ritenuta importante dal legislatore. Ma se la tralasciassimo, non farebbe alcuna differenza. Tale quota è già realtà e non crea problemi a nessuno».

Più in generale: come mai la politica decide cosa debbano proporre i servizi di streaming e come debbano investire i loro soldi?
«Non si tratta solo delle piattaforme di streaming, ma anche delle emittenti televisive private, che tutte assieme qui da noi fanno un fatturato di 600 milioni. La Svizzera non è un negozio self-service per le grandi società globali, che qui vendono gli abbonamenti più costosi, guadagnano molti soldi e poi li investono altrove. Il nostro compito è di difendere gli interessi della Svizzera. Nell'acquisto dei jet da combattimento sono previsti investimenti in Svizzera di ordine ben superiore».

Quasi nessuno vuole vedere film svizzeri su Netflix.
«Al momento è molto di moda parlare male del cinema svizzero. Si tratta di una denigrazione spesso generica e non qualificata. Lo trovo ingiusto. Si pensi a grandi successi recenti come “L'ordine divino”, “Tschugger” o “La mia vita da zucchina”. Va fatta una distinzione tra cinema, televisione e streaming. Le persone critiche potrebbero perlomeno impegnarsi per la promozione del cinema svizzero. Qual è il problema se Netflix offre più film elvetici? Si pensa ancora secondo i vecchi canali, con la convinzione che offrendo una produzione svizzera qualcos'altro debba essere stralciato. È quanto potrebbe accadere al cinema o in televisione, ma non su Netflix. Su una piattaforma di streaming lo spazio per l'offerta è illimitato».

Secondo un nostro sondaggio rappresentativo, sono soprattutto i giovani che si dicono contrari alla Lex Netflix. Temono, per esempio, che con questa legge la Svizzera possa perdersi fenomeni globali come “Squid Game”.
«“Squid Game” fa parte dell'offerta Netflix in Europa e in Svizzera, nonostante la quota del 30% di contenuti europei. Questa è la migliore dimostrazione che con questa legge la Svizzera non si perderà nessun fenomeno globale. Serie di successo come “Squid Game” continueranno a essere proposte anche da noi. Nessuna produzione popolare sarà vittima della quota europea. C'è sufficiente spazio per un'offerta a volontà. Sarà proposto quello che gli utenti vogliono vedere».

Con un “sì” alla nuova Legge sul cinema, l’abbonamento Netflix potrebbe diventare più costoso?
«Già oggi in Svizzera l'abbonamento Netflix è il più costoso. A livello mondiale. Questo dimostra che non vi è alcun nesso causale tra l'obbligo di investimento, la quota di contenuti europei e il prezzo per la sottoscrizione. L'ultimo aumento per gli abbonamenti Netflix risale allo scorso dicembre. Nel resto del mondo non vi sono esempi secondo cui la quota e l'obbligo di investimento influiscano sulle tariffe. Tariffe che si basano sulla concorrenza e sul potere di acquisto. Gli avversari fanno molte affermazioni, alcune delle quali non sono vere».

Per esempio?
«Si dice che la quota del 30% per le produzioni europee rappresenti un problema, nascondendo che di fatto è già realtà. Inoltre, l'obbligo di investimento del 4% viene definito come una tassa, quando chiaramente non lo è»

Anche la Cancelleria federale ha fornito delle informazioni errate. Una mappa presente nel libretto di voto era imprecisa.
«Si trattava di un'eccessiva semplificazione, che si basava su un rapporto del 2019. La Cancelleria federale ha quindi fatto le necessarie correzioni e le ha comunicate, ancora prima che le persone ricevessero il materiale di voto. Tra l'altro, le informazioni in questione danneggiavano sia la campagna degli oppositori sia quella della Confederazione».

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