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Keystone (archivio)
Marco Chiesa
L'OSPITE
13.06.2019 - 10:530

Quelli del «sì, ma»

Marco Chiesa, consigliere nazionale e Vicepresidente UDC Svizzera

Siamo arrivati al crocevia. Abbiamo fatto il giro dell’accordo istituzionale con l’UE. Siamo arrivati a tetto e abbiamo scoperto, o per meglio dire alcuni con falso stupore hanno scoperto, che le fondamenta tremano. E probabilmente non terranno il peso. Che fare? Diventa auspicabile anzi vitale fare melina, attendere e chiedere chiarimenti su punti tra l’altro stradiscussi. Dovremo estendere il diritto all’aiuto sociale a tutti i cittadini dell’UE? Dovremo ampliare la protezione dei criminali stranieri a beneficio della libera circolazione contro la loro espulsione sentenziata da giudici svizzeri? Dovremo concedere il diritto al soggiorno permanente a tutti i cittadini UE dopo soli cinque anni? In parole povere dovremo riprendere la direttiva 2004/38 dell’UE? Accanto a queste domande, altre si sommano. Che ne sarà degli aiuti di Stato, di quegli interventi statali per sostenere un settore che si ritiene di importanza strategica o delle nostre Banche cantonali? E dulcis in fundo, quali effetti avrà l’accordo istituzionale sulle misure d’accompagnamento? Qui i sindacati fanno fuoco e fiamme, forse perché un qualche interesse in gioco lo hanno pure loro, ma personalmente guardo a questo capitolo con tiepida passione. Il mercato del lavoro che non mi piace è proprio quello che conosciamo con le misure d’accompagnamento. Un mercato che si è degenerato perché la libera circolazione delle persone ha portato a 17 contratti normali, l’esplosione dei frontalieri, il raddoppio dei sottoccupati e una crescita degli assistiti. E dunque l’unica soluzione, a mio avviso, è quella di andare alla radice del problema e non continuare ad applicare cerotti per fermare un’emorragia. In questo contesto fluido le posizioni si stanno caratterizzando. Il partito liberale radicale ed Economiesuisse sono pronti a sottoscrive l’accordo anche domani. Per loro l’economia deve primeggiare sulla società. Gli altri sono quelli che non sanno decidersi. Si tratta sempre degli stessi: quelli del “SI, MA”, che rappresentano i soliti partiti del “SI, MA” che dicono sempre “SI, MA” perché conviene dire “MA” ma che poi alla fine dicono “SI” e si danno una pacca sulla spalla perché così sono convinti di aver fatto qualcosa.

L’UDC è stata chiara fin dall’inizio. Fino a quando questo accordo istituzionale prevedrà che le controversie tra il nostro Paese e l’UE siano ricomposte a mezzo di un meccanismo nel quale il tribunale arbitrale sia vincolato alle decisioni della Corte di Giustizia europea, noi non sosterremo la colonizzazione della Svizzera a mezzo del diritto europeo. Non possiamo inoltre accettare che se popolo svizzero si esprimesse in maniera contraria alla ripresa delle imposizioni europee, allora sarebbe sanzionata con delle ritorsioni, gentilmente definite nel linguaggio diplomatico misure di compensazione. Ma che ne sarebbe della nostra indipendenza, della nostra libertà e della nostra sovranità de dovessimo accettare queste condizioni capestro.

Nel frattempo Juncker vuole chiudere in fretta il capitolo Svizzera. Il suo mandato è in scadenza il 31 ottobre 2019 e settimana prossima l’UE dovrà decidere sul riconoscimento dell’equivalenza borsistica. Penso che molti conoscano le risposte alle domande inoltrate a Bruxelles, sarebbe sufficiente leggere i documenti che abbiamo sui nostri banchi per comprendere quali siano i progetti dell’UE nei confronti della Svizzera. Non c’è alcuna intenzione di guardarci negli occhi ma di guardarci dall’alto al basso. Eppure a Berna si nicchia. “Il est urgent d’attendre”, le elezioni del 20 ottobre incombono, e si fa fatica a circuire il popolo proprio qualche mese prima che il cadreghino debba essere confermato. Affaire à suivre.

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