I social fanno male alla democrazia? Sempre più persone pensano di sì

Una nuova ricerca del Pew Research Center condotta in 37 Paesi mostra che cresce la quota di chi considera i social un danno per la democrazia. Anche in Svizzera diverse rilevazioni evidenziano forti preoccupazioni per polarizzazione e influenza sull'opinione pubblica.
Una nuova ricerca del Pew Research Center condotta in 37 Paesi mostra che cresce la quota di chi considera i social un danno per la democrazia. Anche in Svizzera diverse rilevazioni evidenziano forti preoccupazioni per polarizzazione e influenza sull'opinione pubblica.
Quattro anni fa gli Stati Uniti spiccavano come un'eccezione. Nel 2022, quando il Pew Research Center chiese in 19 Paesi se i social media fossero stati un bene o un male per la democrazia, gli americani risultarono di gran lunga i più critici: il 64% rispondeva "un male", dieci punti in più degli olandesi, secondi in classifica. Oggi quel 64% è rimasto identico, ma al di qua dell'Atlantico il panorama è cambiato sensibilmente. Secondo la nuova indagine del Pew Research Center, realizzata tra febbraio e maggio 2026 su oltre 45.000 persone in 37 Paesi e pubblicata lo scorso 1° ottobre, gli olandesi hanno ormai superato gli americani: il 70% di questi, infatti, ritiene che i social danneggino la democrazia, contro il 54% del 2022. In Francia si è passati dal 51% al 65%, in Germania dal 41% al 61%. Nel complesso, la visione negativa è cresciuta in 16 dei 26 Paesi per cui esiste un confronto con gli anni precedenti.
Emerge anche una tendenza piuttosto netta: nei Paesi più ricchi il giudizio sui social tende a essere più severo. Già, perché nei Paesi ad alto reddito la quota mediana di chi parla di effetti negativi arriva al 46%, contro il 28% nei paesi a medio reddito. Anche l'Europa, però, non si esprime come un coro unanime: se nel Regno Unito, in Germania, Francia e nei Paesi Bassi prevale un giudizio negativo, polacchi, greci e italiani restano invece più ottimisti. In Italia, più nello specifico, il 54% considera i social un bene per la democrazia.
Informati, ma manipolabili
Considerando tutti i 37 Paesi, la maggioranza resta positiva: una mediana del 55% ritiene che i social abbiano fatto bene alla democrazia, contro il 35% di parere opposto. Il 77% pensa che abbiano reso le persone più informate e il 60% che abbiano dato ai cittadini una voce più significativa in politica. Allo stesso tempo, però, il 79% ritiene che abbiano reso più facile manipolare le persone con notizie false e il 68% che abbiano accentuato le divisioni politiche. In Italia il dato sulla manipolazione sale all'88%. C'è poi una chiave di lettura generazionale. I giovani sono quasi ovunque più positivi: nel Regno Unito il 60% dei 18-34enni considera i social un bene per la democrazia, contro il 31% degli over 50. Ma sono anche quelli che ne vedono meglio i rischi: non li idealizzano, ne riconoscono contemporaneamente pregi e difetti.
E la Svizzera?
La Svizzera non rientra tra i Paesi analizzati da Pew, ma diverse rilevazioni condotte tra il 2024 e la fine del 2025 hanno restituito segnali precisi su questi temi, in linea con quanto emerge nei Stati europei più critici. La più recente è un'indagine rappresentativa di gfs.bern per la Fondazione Mercator Svizzera, condotta nel dicembre 2025 e pubblicata lo scorso marzo: il 46% degli intervistati giudica negativo l'impatto della digitalizzazione sui processi democratici, contro appena il 19% che lo considera positivo. La domanda non è identica a quella di Pew, quindi i dati non sono direttamente confrontabili, ma quando l'indagine entra nel dettaglio il quadro si fa chiaro: il 78% ritiene che i social abbiano troppo potere sulla formazione dell'opinione pubblica e il 73% che le discussioni online aumentino la polarizzazione. Eppure, anche in Svizzera emerge la stessa ambivalenza osservata a livello internazionale: il 51% pensa che le piattaforme digitali permettano di partecipare alla vita politica a persone che altrimenti ne resterebbero escluse.
Informazione e giovani: il peso dei social
Il tema ha anche un'altra faccia. Secondo il Jahrbuch Qualität der Medien dell'Università di Zurigo, pubblicato nell'ottobre 2025, il 46,4% della popolazione svizzera rientra tra i cosiddetti "news-deprived": persone che consumano poca o nessuna informazione giornalistica e che, quando lo fanno, passano soprattutto dai social. Un approfondimento contenuto nello stesso studio, condotto nella Svizzera tedesca e romanda, evidenzia che chi si informa esclusivamente attraverso queste piattaforme conosce meno i temi politici e sociali, e che la deprivazione informativa si associa a minore fiducia nella politica e a una minore partecipazione.
E anche qui c'è una questione generazionale. Secondo il Monitoraggio media Svizzera, realizzato da Publicom per l'UFCOM, nel 2024 i social pesavano per il 22% del potere sull'opinione nella Svizzera italiana, contro il 16% a livello nazionale. Tra i 15-29enni della regione la quota sale al 44%, più di qualsiasi altro media. Un indicatore che non misura il giudizio sui social, ma il loro peso nella formazione delle opinioni.
Per chi comunica e fa impresa online, il messaggio è chiaro. I social restano centrali, ma si muovono in un ambiente che il pubblico percepisce sempre più come utile e insidioso allo stesso tempo. In un contesto simile, credibilità, trasparenza e contenuti verificabili non sono un dettaglio di stile, ma un vero elemento distintivo.
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Articolo a cura di Linkfloyd Sagl, agenzia di marketing e comunicazione in Ticino.







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