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L’AI fa scrivere più in fretta, ma fa davvero risparmiare tempo?

Da oltre un anno HubSpot lavora in modalità “AI-first”: le bozze arrivano prima, ma il tempo risparmiato si sposta su ricerca, verifiche e controllo qualità. Il risultato? Non necessariamente si lavora meno, anche se cambia profondamente il modo di scrivere.
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L’AI fa scrivere più in fretta, ma fa davvero risparmiare tempo?

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Da oltre un anno HubSpot lavora in modalità “AI-first”: le bozze arrivano prima, ma il tempo risparmiato si sposta su ricerca, verifiche e controllo qualità. Il risultato? Non necessariamente si lavora meno, anche se cambia profondamente il modo di scrivere.

Giugno 2025. Il team che scrive per il blog di HubSpot - tra i riferimenti mondiali del marketing digitale - decide in quel momento esatto di cambiare rotta, adottando ufficialmente un modello di scrittura “AI-first”. A distanza di oltre un anno, Jamie Juviler, che quel team lo guida, ha prodotto un lungo e interessante resoconto in cui condivide costi e benefici di quella scelta. Puntando, tra l’altro, su una franchezza poco comune, soprattutto considerando che la stessa HubSpot vende prodotti e funzionalità basati sull’intelligenza artificiale.

Il punto di partenza della sua analisi è chiaro. Prima dell’AI, un articolo standard richiedeva una giornata piena di lavoro, a volte anche di più: fino a un’ora per la scaletta, una o due ore di ricerca, dalle cinque alle sette ore per la prima stesura, circa due ore tra revisione e impaginazione. Il grosso stava nella scrittura vera e propria. Ed era lì, nella fase produttiva per eccellenza per chi si occupa di scrittura, che l’AI prometteva di fare la differenza. All’inizio i segnali erano incoraggianti: gli autori, che usavano soprattutto Claude, ChatGPT e NotebookLM, mettevano parole sulla pagina molto più in fretta di quanto riuscissero a fare prima. Dopo un paio di mesi, però, incrociando i dati sui tempi e confrontandosi costantemente con il team, Juviler si è accorto che il numero di articoli pubblicati era rimasto più o meno lo stesso. I pezzi erano diventati più lunghi, più dettagliati, più impegnativi: il tempo guadagnato nella stesura veniva speso per testare software, raccogliere citazioni di esperti e approfondire. In certi casi, ammette, il carico di lavoro è persino aumentato.

Le verifiche diventano una fase a sé

La sorpresa più amara è arrivata dalla ricerca. Sui temi generali l’AI aiuta davvero a inquadrare un argomento in fretta (in Linkfloyd, nei contesti che richiedono maggiore profondità, lo facciamo soprattutto sfruttando la deep research). Su prezzi e funzionalità dei prodotti concorrenti, invece, l’AI - sempre secondo l’esperienza in HubSpot - restituisce informazioni superate con la stessa sicurezza con cui riporta quelle corrette, senza mai segnalare un dubbio. Poi - per la serie “al peggio non c’è mai fine" - sono arrivate le statistiche inventate e le citazioni attribuite alla persona sbagliata. Così il fact-checking è diventato una fase autonoma, e fondamentale, del processo, che aggiunge tra i 30 e i 60 minuti alla fase di produzione di ogni articolo; e, in qualche caso, scrivere con l’AI ha richiesto più tempo che farlo a mano, dice Juviler. A questo si è aggiunto un controllo qualità specifico, per intercettare formule stereotipate, ripetizioni, link rotti e persino frasi riprese involontariamente da contenuti altrui. Tanto che HubSpot ha costruito un vero e proprio QA checker personalizzato all’interno di Google Docs, trasformandolo in un passaggio obbligatorio del nuovo flusso editoriale.

Gli scenari per chi ha cercato “la scorciatoia”

Il resoconto dedica spazio anche a chi ha imboccato la strada opposta: produrre contenuti AI in serie, il più velocemente possibile. E il contesto, per certi versi prevedibile, emerge anche dai numeri raccolti dalla stessa HubSpot: il 52% dei marketer intervistati ritiene che l’AI abbia reso i contenuti così facili da produrre da renderli, nel complesso, meno efficaci. Citando un’analisi della consulente SEO Lily Ray su oltre 220 siti che si dichiaravano clienti di piattaforme di contenuti AI, HubSpot segnala un andamento ricorrente: crescita rapida del traffico organico, poi un crollo, con più della metà dei siti che ha perso almeno il 30% del picco e quasi un quarto oltre il 75%. Una frase dell’ex direttrice del blog, Karla Hesterberg, fotografa bene la questione: l’unico processo davvero privo di fatica è quello che produce slop, tema assai caldo in questi anni di cui abbiamo scritto anche recentemente.

E nell’esperienza di Linkfloyd?

È un resoconto, quello su cui si basa questo articolo, in cui ci riconosciamo non completamente ma di certo per larghi tratti. Nel comparto dedicato al copywriting, il team di Linkfloyd sfrutta in profondità il potenziale dell’intelligenza artificiale sin dal 2022, soprattutto in alcune precise fasi del processo creativo. In alcune, quindi, ma non in tutte. Un indirizzo che ritroviamo anche nel resoconto di HubSpot, che ha deciso di non delegare alla macchina alcuni degli elementi che considera decisivi per mantenere sempre sopra una certa soglia la qualità dei propri contenuti: il giudizio editoriale, ad esempio, ma anche la solidità delle fonti, le prospettive originali e la strategia, che restano responsabilità degli autori. Tornando all’esperienza diretta di Linkfloyd e focalizzando il discorso sulla scrittura in senso stretto, siamo convinti che intelligenza e creatività umane restino centrali, anche perché ad uno sguardo meno superficiale, o se preferite più “tecnico”, i pattern linguistici dei modelli attuali ci appaiono troppo spesso come veri e propri “template”, piatti, scontati. E anche per noi, forse proprio perché scegliamo di lavorare con attenzione e senza scorciatoie, la riduzione dei tempi di produzione si è rivelata molto più contenuta di quanto ci si potesse aspettare. A cambiare è stato soprattutto il metodo: il flusso di lavoro, la sua organizzazione, la scelta delle fasi da delegare alla macchina. Juviler, non a caso, chiude il suo racconto con un’osservazione che va oltre i numeri: dopo un anno, alcuni dei suoi autori dicono di sentirsi di nuovo “veri scrittori”. Il motivo, spiega, sta nel fatto che il team non ha mai rinunciato a ciò che rendeva i suoi contenuti di qualità.

L’evoluzione della comunicazione, del marketing digitale e dell’intelligenza artificiale richiede processi di management sempre più sofisticati per ottenere un ritorno degli investimenti in linea con gli obiettivi delle aziende. Ed è per questo che noi, ogni giorno, puntiamo a ottimizzare e a raffinare le nostre strategie, allo scopo di valorizzare e rendere proficua la presenza online di decine tra aziende e professionisti, per accrescere il loro business. Dal marketing digitale all’integrazione dell’AI, fino all’ufficio stampa e alle Digital PR: un unico partner per comunicare, crescere e innovare.

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Articolo a cura di Piero Rizzo per Linkfloyd Sagl, agenzia di marketing e comunicazione in Ticino.


Questo articolo è stato realizzato da Linkfloyd Sagl, non fa parte del contenuto redazionale.

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