“AI slop”? Non è più solo un problema dei social: riguarda anche la tua azienda

I contenuti generati in serie dall’intelligenza artificiale stanno entrando negli uffici, mentre watermark e filtri, che dovrebbero "smascherarli", mostrano tutti i loro limiti: nessun filtro tecnologico, insomma, può ancora sostituire il giudizio umano.
I contenuti generati in serie dall’intelligenza artificiale stanno entrando negli uffici, mentre watermark e filtri, che dovrebbero "smascherarli", mostrano tutti i loro limiti: nessun filtro tecnologico, insomma, può ancora sostituire il giudizio umano.
Nel Settecento indicava il fango. Un secolo più tardi, invece, gli scarti di cucina e tutto ciò che valeva poco o nulla. Oggi “slop” è la parola dell’anno 2025 secondo il dizionario Merriam-Webster, che nel definirla si riferisce ai contenuti digitali di bassa qualità prodotti, di solito in grandi quantità, attraverso l’intelligenza artificiale. Video assurdi, immagini pubblicitarie stranianti, ma anche articoli e libri scritti in serie, o peggio notizie false che sembrano vere. Un fenomeno che ha anche una dimensione quantitativa impressionante: secondo l’ultima analisi di Graphite, in un ampio campione di nuovi articoli online in lingua inglese circa metà è ormai generata principalmente dall’AI. Una quota, quest’ultima, rimasta stabile dall’inizio del 2025. E va aggiunto un dettaglio non di poco conto: questi articoli risultano fortemente sottorappresentati tra quelli che emergono su Google e nelle risposte degli assistenti AI. Lo slop, però, non coincide con “tutto ciò che è fatto con l’AI”. È il contenuto che sembra un prodotto finito ma in realtà è, al limite, un semilavorato. Ed è proprio per questo che non riguarda più soltanto i feed dei social.
Dal feed alla scrivania
Una ricerca di Stanford e BetterUp Labs, pubblicata su Harvard Business Review, gli ha dato un nome: “workslop”, cioè materiale generato con l’AI che ha tutta la parvenza di un lavoro finito, ma che, a un esame più attento, si rivela fondamentalmente privo di sostanza. Quattro impiegati su dieci dichiarano di essersene visti recapitare almeno uno nell’ultimo mese, evidenziando che per rimettere in sesto ciascuno di questi lavori servono in media quasi due ore. Non solo: il 42% di questi lavoratori considera il collega che lo ha inviato meno degno di fiducia. Lo scotto che si rischia di pagare, insomma, non è solo in termini di tempo sprecato (e di effort, quindi), ma, giocoforza, anche di reputazione. Non è un caso, quindi, che tra i primi a cercare una contromisura sia stato LinkedIn, il “social del lavoro” per eccellenza, un ambiente digitale in cui, secondo la società di rilevamento Pangram, nel campione preso in esame più o meno il 40% dei post lunghi risultava interamente generato dall’AI. Così, il 30 luglio scorso la piattaforma ha annunciato l’introduzione del pulsante “Seems like AI slop” per segnalare i contenuti sospetti, ritirando nello stesso momento - con una mossa che ha del paradossale - la funzione che aiutava gli utenti a scrivere post con l’AI. Nelle prime settimane, oltre un milione di persone l’aveva già utilizzata, questa nuova funzione. E, secondo un aggiornamento pubblicato dalla stessa LinkedIn a settembre, l’insieme delle nuove misure avrebbe già ridotto del 40% le visualizzazioni dei contenuti classificati dalla piattaforma come AI slop.
Ma l’AI è ormai entrata in profondità anche nella comunicazione delle aziende. Pangram ha analizzato 178.672 comunicati stampa diffusi da PR Newswire e ha stimato che, nel giugno 2026, il 48% contenesse almeno una parte di testo generato dall’AI, contro il 22% dell’agosto precedente. Un dato da interpretare con cautela: non significa che metà dei comunicati sia “slop” e, tra quelli segnalati dal detector, tre quarti contenevano una combinazione di testo umano e artificiale. Ma dà comunque la misura di quanto l’AI sia già penetrata nei processi di comunicazione professionale.
Gli argini che non tengono
Nel pieno del far west generato dall’invasione dei contenuti “robotizzati”, quindi, iniziano ad arrivare possibili argini tecnologici nei cui meandri, però, si annidano evidenti limiti strutturali. Dal 2 agosto 2026, ad esempio, l’articolo 50 dell’AI Act europeo prevede che i fornitori di sistemi generativi incorporino marcature machine-readable negli output AI. Così OpenAI ha annunciato un watermark invisibile per i testi di ChatGPT nell’Unione europea. Sono però gli stessi test interni - svolti cioè da OpenAI - a ridimensionare la portata della soluzione: sostituendo un quarto delle parole, per dire, la capacità di riconoscere i testi generati dall’AI scende al 17%. No, non va meglio nemmeno con le immagini. Meta, che a luglio ha lanciato “Content Seal”, un watermark invisibile per le immagini create dal suo generatore Muse Image, insieme a uno strumento per riconoscerle, è stata smentita da un test di Reuters: dopo alcuni ritagli significativi, lo strumento non ha riconosciuto il 55% delle immagini prodotte dalla stessa Meta.
Sul fronte dell’analisi dei testi, chiaramente, quello di OpenAI non è un caso isolato. Anthropic sta introducendo watermark invisibili nei testi prodotti dai nuovi modelli Claude e Content Credentials basate sullo standard C2PA per i file supportati. Ma è la stessa azienda a precisare un punto fondamentale: una marcatura può segnalare il possibile coinvolgimento dell’AI, però non può dirci con chiarezza chi abbia realmente scritto il contenuto, né quanto sia intervenuto un essere umano. Anche i software che promettono di distinguere i testi umani da quelli artificiali, del resto, non offrono una risposta definitiva. Uno studio peer-reviewed pubblicato nel 2026 ha confrontato quattro tra i detector più diffusi, rilevando differenze molto marcate: tre dei quattro hanno fortemente sottostimato i testi interamente generati dall’AI più avanzata utilizzata nell’esperimento.
Tra l’altro, nel frattempo lo slop si è organizzato ed è diventato industria. NewsGuard ha censito 3.749 siti di “notizie” prodotti in massa con l’AI e caratterizzati da scarso o nullo controllo umano, spesso finanziati inconsapevolmente dalla pubblicità dei grandi marchi.
La situazione svizzera
Delineato lo scenario globale nella sua relazione con i contenuti generati dall’AI, intanto in Svizzera la domanda del pubblico si fa, in questo ambito, sempre più nitida: secondo il Cybersorgenmonitor 2026 di AXA, realizzato da Sotomo nella Svizzera tedesca e romanda, il 94% degli intervistati ritiene che le piattaforme debbano sempre segnalare i contenuti AI, e solo un quarto di questo campione ritiene che questi contenuti abbiano contribuito a rendere i social più interessanti. La risposta più significativa, al momento, è arrivata dai media, con un codice di autoregolamentazione sostenuto dagli editori delle tre regioni linguistiche, dalle emittenti private, dalla SSR e da Keystone-ATS. Il principio di fondo? La responsabilità di quello che si pubblica resta delle persone, al di là della tecnologia utilizzata per produrre il contenuto in questione. Ed è qui, probabilmente, che emerge un possibile monito che vale anche, o forse soprattutto, per le aziende: la differenza continueranno a farla il giudizio, la revisione e la responsabilità umana, soprattutto quando si vive e si opera in un ecosistema saturo di contenuti “senza anima”.
L’evoluzione della comunicazione, del marketing digitale e dell’intelligenza artificiale richiede processi di management sempre più sofisticati per ottenere un ritorno degli investimenti in linea con gli obiettivi delle aziende. Ed è per questo che noi, ogni giorno, puntiamo a ottimizzare e a raffinare le nostre strategie, allo scopo di valorizzare e rendere proficua la presenza online di decine tra aziende e professionisti, per accrescere il loro business. Dal marketing digitale all’integrazione dell’AI, fino all’ufficio stampa e alle Digital PR: un unico partner per comunicare, crescere e innovare.
Articolo a cura di Piero Rizzo per Linkfloyd Sagl, agenzia di marketing e comunicazione in Ticino







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