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SVIZZERASe la biotecnologia interviene nell’industria di bestiame

19.12.20 - 08:00
Alcune tecniche di biotecnologia potrebbero essere usate per abbattere le emissioni di CO2 degli allevamenti di bovini
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SVIZZERA
19.12.20 - 08:00
Se la biotecnologia interviene nell’industria di bestiame
Alcune tecniche di biotecnologia potrebbero essere usate per abbattere le emissioni di CO2 degli allevamenti di bovini

Gli scienziati di tutto il mondo stanno adoperando tecnologie all’avanguardia, dai biosensori sottocutanei agli integratori alimentari specializzati, per cercare di migliorare la sicurezza e l'efficienza nell’industria della carne di bovino, che oggi vale 385 miliardi di dollari. Oltre all’aumento dei profitti, i loro sforzi sono guidati dall’emergenza causata dalla crisi climatica e dalla crescente preoccupazione per il benessere del bestiame da parte dei consumatori.

Le carni coltivate in laboratorio potrebbero un giorno sostituire la carne bovina che oggi consumiamo, offrendo una valida alternativa economica, senza però compromettere il benessere degli animali e suscitare inquietudini ambientali. È quindi importante dare uno sguardo più da vicino ai recenti sviluppi della ricerca biotecnologica applicata all’industria di bestiame.

Alcune tecniche biotecnologiche

In molte zone del pianeta si stanno sperimentando alcune tecniche di biotecnologia con l’intento di migliorare l’industria della carne bovina senza tuttavia sostituirla. In Svizzera, i ricercatori dell’azienda biotech Mootral stanno testando un integratore alimentare a base di aglio, progettato per alterare la composizione digestiva bovina al fine di ridurre la quantità di metano che gli animali emettono. Come riportato dal New York Times, gli studi hanno dimostrato che nei bovini da carne il prodotto riduce le emissioni di metano di circa il 20%.
Un istituto di ricerca scientifica agricola in Nuova Zelanda, chiamato AgResearch, spera di controllare la produzione di metano alla fonte eliminando i metanogeni, i microbi ritenuti responsabili della produzione di gas serra nei ruminanti. Il team di AgResearch, secondo la BBC, sta cercando di sviluppare un vaccino per alterare la composizione microbica dell’intestino dei bovini.
L’Università del Maryland, inoltre, ha ricevuto una sovvenzione dalla Bill and Melinda Gates Foundation con lo scopo di migliorare la produttività e l’adattabilità dei bovini africani.

L’editing genetico

L’editing genetico sembra rappresentare la più rivoluzionaria di queste tecnologie, ma per alcuni anche la più pericolosa. Ad oggi, i bovini modificati geneticamente non hanno ancora ottenuto l’approvazione per il consumo umano, ma molti scienziati ritengono che le correzioni genetiche, in particolare la tecnica CRISPR/Cas9, potrebbero migliorare le pratiche di allevamento convenzionali e creare mucche più sane, più grasse e meno dannose per l’ambiente.
Secondo Alison Van Eenennaam, genetista di animali presso l’Università della California a Davis, la soluzione sta nel creare bovini più efficienti che usino meno risorse. Negli Stati Uniti, il numero di vacche da latte è diminuito da circa 25 milioni negli anni ‘40 a circa 9 milioni nel 2007, mentre la produzione di latte è aumentata di quasi il 60%. Questo aumento della produttività è dovuto al miglioramento genetico delle vacche attraverso la loro selezione convenzionale.
I moderni strumenti di modificazione genetica (OGM) potrebbero accelerare tale processo.
Effettuando tagli precisi, infatti, i genetisti inseriscono o rimuovono geni presenti in natura associati a tratti specifici. Per tale ragione, alcuni esperti sono convinti che l’editing genetico ha il potenziale per innescare una vera e propria rivoluzione alimentare.
Jon Oatley, biologo riproduttivo presso la Washington State University, vuole utilizzare la Crispr-Cas9 per mettere a punto il codice genetico di tori robusti, resistenti alle malattie e tolleranti al caldo. Disattivando un gene chiamato NANOS2, afferma di voler eliminare la capacità di un toro di produrre il proprio sperma, trasformando il ricevente in un surrogato di cellule staminali produttrici di sperma da un ceppo più pregiato.
Questi tori surrogati verrebbero poi rilasciati in mandrie che sono geneticamente isolate e di difficile accesso, così che i geni vengano trasmessi alla loro prole. Ad esempio, i tori modificati geneticamente potrebbero essere inseriti all’interno di mandrie di regioni tropicali come il Brasile, il più grande esportatore di carne bovina del mondo e che ospita circa 200 milioni dei circa 1,5 miliardi di capi di bestiame presenti sulla Terra. L’obiettivo, secondo Oatley, è introdurre geni di tori più muscolosi in queste mandrie meno efficienti, aumentando così la loro produttività e diminuendo il loro impatto complessivo sull’ambiente.
Oatley ha dimostrato la sua tecnica sui topi ma deve ancora verificarla con sicurezza sul bestiame.
Oltre ai dubbi sull’efficacia della sua ricerca, la sfida più grande che Oatley deve affrontare riguarda sicuramente le restrizioni normative e il sospetto della società. Negli USA, a tal proposito, gli animali modificati geneticamente, prima che possano essere utilizzati per il consumo umano, devono subire una trafila burocratica abbastanza complicata da parte della Food and Drug Administration, mentre nell’Unione Europea sono espressamente vietati.

L’impatto sull’ecosistema

Ad ogni modo, nonostante molte aziende biotecnologiche ritengono che la carne OGM è assolutamente equivalente a quella naturale per la salute dei consumatori, ciò che è in gioco è la fragilità del sistema produttivo e, ancora peggio, dell’ecosistema globale, che potrebbe essere messo in crisi da questi salti tecnologici del DNA, non controbilanciati da millenni di aggiustamenti omeostatici come invece avviene in natura. Quindi, anche se la selezione genetica ha lo scopo di migliorare il DNA, potremmo non avere difese contro pesanti modifiche all’equilibrio del nostro ecosistema, pur solo negli aspetti alimentari.
Resta il fatto che l’impatto degli allevamenti di bestiame sul clima è piuttosto rilevante. I bovini sono tra i principali responsabili del riscaldamento globale. Secondo le stime della FAO (Food and Agriculture Organization), il bestiame rappresenta circa il 14,5% delle emissioni di gas serra derivanti dalle attività umane, di cui i bovini sono responsabili di circa due terzi. Purtroppo le prospettive future non sono delle migliori, in quanto il consumo di carne aumenta insieme alla popolazione globale e al reddito medio.
In sostanza, il cambiamento climatico e la sostenibilità sull’ecosistema rimangono i problemi più urgenti che l’industria del bestiame deve oggi affrontare. E la domanda fondamentale è se la biotecnologia possa mai riuscire a ridurre drasticamente le emissioni di CO2 di questo settore oppure offrire un trattamento umano agli animali in cattività, in un mondo che ha sempre maggiore bisogno di risorse alimentari.

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