Alessandro Trivilini
GLI OPINIONISTI
15.04.2021 - 17:010

Con la sperimentazione del bitcoin guardiamo alla luna e non al dito

di Alessandro Trivilini

 

Nei giorni scorsi il Gran Consiglio ha deciso di approvare un progetto pilota per consentire i pagamenti in bitcoin da parte dei cittadini verso lo Stato. Una decisione importante, coraggiosa ma necessaria, nonostante i dubbi e le perplessità degli scettici siano plausibili e condivisibili.

Il punto da cui partire è accettare il fatto che il bitcoin è una moneta virtuale sviluppata da una persona di cui non si conosce l’identità, e perché è stata la prima criptovaluta utilizzata nel Dark Web, la parte sommersa della rete, dove le regole, i protocolli e le verifiche non esistono.

In questo scenario gli scettici hanno ragione, bisogna stare attenti a non farsi travolgere dall’entusiasmo tecnologico. Però, non bisogna nemmeno dimenticare che dietro l’uso della tecnologia c’è sempre l’essere umano. Per questo motivo la decisione presa dal Gran Consiglio deve essere diffusa ai cittadini meno preparati, con una visione più ampia di sperimentazione generale, perché non è più una questione solo tecnologica. Per evitare che questa opportunità si esaurisca velocemente, è auspicato considerare tre modine perimetrali entro cui giocare la partita:  

1) la definizione di pochi ma chiari protocolli di responsabilità, ben comunicati, da inserire come protezione agli estremi dei processi riguardanti le transazioni che avvengono con la criptovaluta tra Stato e cittadino;

2) la consapevolezza che il 20 settembre 2020 il Parlamento svizzero ha approvato in via definitiva la revisione totale della nuova legge sulla protezione dei dati, quale strumento di tutela dei dati personali dei cittadini;

3) l’informazione che da luglio 2020 la Svizzera ha un nuovo Centro nazionale per la sicurezza informatica (NCSC), un riferimento importante per tutte le questioni che ruotano attorno alla sicurezza delle informazioni;

4) la necessità di investire in un adeguato, capillare e permanente piano di alfabetizzazione digitale, senza il quale molte persone rischierebbero l’esclusione digitale.  

La questione diventa così interdisciplinare e chiama in causa una nuova due diligence.

Per lo Stato si traduce nella definizione di regole, protocolli e processi di verifica e messa in sicurezza delle informazioni digitali, mentre per i cittadini di un’adeguata preparazione, consapevolezza e responsabilità nell’uso delle tecnologie, criptovalute comprese.
Il settore dell’antiriciclaggio è un esempio concreto molto sollecitato da questi aspetti. Infatti, per i più increduli, basti presentarsi in banca con il proprio smartphone e la volontà di depositare i bitcoin ottenuti dalle speculazioni finanziarie di questi mesi, per capire quanto siano strutturate, meticolose e complesse le procedure di controllo e verifica sulla loro provenienza.

Ciò che avviene in questi casi è il controllo informatico forense (chain analysis) di tutte le attività contenute nel registro digitale (Blockchain) associato alla criptovaluta. È senza dubbio un mondo nuovo e in parte complesso, che richiede del tempo per essere compreso.

Tuttavia, dobbiamo mettere in conto che le banche centrali di molti Paesi sono già al lavoro per studiare lo sviluppo interno di una propria valuta virtuale, alternativa a quella tradizionale, tecnicamente interoperabile nel circuito digitale globale, in termini di valore, sicurezza, autorevolezza e riproducibilità delle informazioni in caso di rischi cibernetici.

Tornando quindi al caso ticinese dei bitcoin, i presupposti per una sperimentazione trasversale e ponderata ci sono eccome, tenendo conto anche e soprattutto delle criticità espresse da chi non crede pienamente in questo nuovo paradigma digitale.

Ma per non sprecare l’occasione serve guardare alla luna e non più al dito.

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