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26.10.2021 - 21:250
Aggiornamento : 27.10.2021 - 08:02

La sete senza fine di microconduttori che frena le ditte e fa ricco chi ci specula

La crisi dei chip raccontata dall'interno di un'azienda svizzera colpita: «Sono settimane che le macchine sono spente».

Con tempi d'attesa di oltre due anni, c'è chi si rivolge ai venditori privati e speculatori: «I prezzi alle stelle, ma anche loro stanno finendo le scorte».

Fonte 20 Minuten/Fabian Pöschl
elaborata da Filippo Zanoli
Giornalista

ZURIGO -  Servono per fare quasi tutto, ma nel mondo ce ne sono sempre meno e anche la Svizzera non fa eccezione. In questo periodo di carenza endemica di materie prime che riguarda molte aziende svizzere e anche ticinesi, chi basa il proprio ciclo produttivo sui chip si trova impantanato, con poche prospettive di alleggerimento nel medio termine. 

«Sono settimane che le macchine sono spente», racconta in via anonima a 20 Minuten un operaio di un'azienda che lavora con i microconduttori, «tempi d'attesa dal produttore sono di 100 settimane, è una cosa ormai normale». Per questo, chi ne ha davvero bisogno, acquista le giacenze da rivenditori privati a prezzi stratosferici: «prima si pagavano 80 centesimi l'uno, oggi si arriva anche a 300 franchi».

In questo momento di crisi, il cosiddetto “mercato grigio” - ovvero quello degli intermediari non ufficiali - «non è mai stato così dominante». Il loro modus operandi: acquisto in massa dai produttori cinesi poi rimozione del numero di serie e rivendita, dopo speculazione, con un ricavo enorme: «Ma anche loro stanno svuotando i magazzini», conferma la fonte, «se entro la fine dell'anno non ci sarà una svolta le cose inizieranno a farsi davvero grame».

Un'eventualità, questa, tutt'altro che campata per aria e che aveva già portato il presidente Parmelin a ventilare l'ipotesi di un ritorno al lavoro ridotto. Nel frattempo anche in Ticino arriva l'allarme dei rivenditori di automobili, che soffrono le ripercussioni di uno dei settori che sono stati investiti più duramente dalla carenza di materie prime, e che minaccia rincari.

Ma piuttosto che dipendere dall'estero e dal lontano oriente, non varrebbe la pena investire di modo da realizzare i chip se non in Svizzera almeno in Europa, evitando i colli di bottiglia internazionali? In teoria sì, anche se la produzione dei chip è una cosa estremamente complessa che richiede sforzi economici e know-how importanti

È ottimista Swico, l'associazione dei fornitori svizzeri di materiali Ict, interpellata da 20 Minuten: «Ci aspettiamo che entro il 2022 l'Unione Europea si muova in questo senso, con un framework che lanci la produzione nel Vecchio Continente», spiega l'amministratrice delegata Judith Bellaiche, «come impatterà sui prezzi? Al momento, visto che si tratta di prodotti già cari, il margine di guadagno resta e quindi non ci sono ancora stati ritocchi. Ma in futuro le cose potrebbero cambiare».

 

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