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01.10.2021 - 15:260
Aggiornamento : 22:33

Delitto di Muralto: «Fu omicidio intenzionale»

Lo ha stabilito la Corte delle Criminali: «La versione dell'imputato non è credibile»

LUGANO - Nelle prime ore del 9 aprile 2019, nella camera 501 dell'Hotel La Palma di Muralto è stata uccisa una giovane britannica di ventidue anni. Si trattò di omicidio intenzionale, «ma di livello elevato, prossimo all'assassinio». L’imputato tedesco di 32 anni, dovrà scontare una pena detentiva di 18 anni. Successivamente sarà espulso dalla Svizzera per un periodo di dodici anni. Lo ha stabilito la Corte delle Assise criminali, presieduta dal giudice Mauro Ermani: «La sua colpa è di grado molto elevato: ha dimostrato di saper sopprimere la vita di una giovane donna che gli aveva dato amore, soldi e benessere».

«La triste vicenda che ha portato al decesso della giovane ha visto protagonisti due persone nell’ambito di una relazione sentimentale» ha detto, sottolineando che il 32enne nei suoi rapporti con le donne ha fatto sempre prevalere il senso opportunistico, «senza assumersi le sue responsabilità».

La vittima - ha detto ancora il giudice - era una giovane bella e generosa. I conoscenti la descrivono come una donna che «non accetta le bugie». I due si sono conosciuti in Thailandia. E al loro rientro in Europa si assiste a un fitto scambio di messaggi, in cui lui le diceva di dover lavorare. «Lei parlava di un uomo titolare di una ditta, anche lui benestante». Ma all'inizio dell'aprile 2019 i due hanno passato alcuni giorni a Zurigo, poi in Ticino, spendendo migliaia di franchi. Tutti soldi della donna.

E cos'è successo nella camera 501? La Corte non ha creduto alla versione fornita dall'imputato, secondo cui la donna sarebbe morta a seguito di un gioco erotico finito male. «Nel corso dell'inchiesta il 32enne ha man mano adattato la sua versione». Le testimonianze parlano di una lite, anche di natura finanziaria. E che ci sia stato un vero e proprio litigio lo confermano vari elementi, tra cui la bottiglia di vetro rotta e il cavo del telefono fisso staccato dalla presa. Tutti gli indizi agli atti (tra cui anche gli spostamenti registrati dai dispositivi) permettono «di escludere la credibilità della versione dell'imputato: una versione di comodo».

Non mancano le analogie con la relazione precedente del 32enne: nel dicembre del 2018 era stato lasciato e lui aveva reagito con violenza.

Non si sarebbe pertanto trattato di asfissia erotica. Non vi sono elementi che fanno pensare che la coppia la praticasse. «La donna è stata uccisa con agire intenzionale» ha detto il giudice.

La carta nascosta nell'ascensore - Per quanto riguarda la carta bancaria della vittima nascosta in un vano dell'ascensore, la Corte ha spiegato che la versione fornita dall'imputato non è credibile: non si è quindi trattato di uno scherzo, come sostenuto dal 32enne. «Non occorre essere dotati di particolare immaginazione per capire che si tratta di una cosa preziosa» ha detto Ermani, spiegando che si trattava di una decisione successiva per avere una via d'uscita.

Il giudice ha ammesso che manca l'accertamento dell'orario preciso del decesso, «che sarebbe stato decisivo». Pur non trattandosi di un elemento determinante, secondo l'impressione dei soccorritori al loro arrivo la donna sarebbe stata morta già da un prolungato lasso di tempo.

La richiesta dell'accusa - «Per lui sono importanti i soldi e l'apparenza». È quanto aveva affermato l'accusa, rappresentata dalla procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis, chiedendo una condanna di diciannove anni e mezzo per assassinio. Il 32enne ha ucciso la compagna «senza scrupoli e senza pentimento, per una questione di soldi».

Verso l'appello - I difensori Yasar Ravi e Luisa Polli puntavano invece alla scarcerazione: nel loro intervento hanno insistito sul gioco sessuale (l'asfissia erotica) finito male. Gli avvocati avevano pertanto chiesto la condanna per omicidio colposo. Una condanna per la quale l'imputato avrebbe già pagato con la carcerazione iniziata il 9 aprile del 2019 (e sinora durata oltre due anni e mezzo). Ora i difensori intendono impugnare la sentenza.

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