Eutanasia, fare l'accompagnatore rende: anche 160mila franchi all'anno

Il suicidio assistito in Svizzera richiama sempre più "clienti" dall'estero. E gli assistenti-infermieri possono arrivare a incassare un bel gruzzolo.
C'entra il diritto e l'autodeterminazione di una persona a potere scegliere il modo di dire addio alla vita, ma anche il denaro. Nel sistema svizzero che ha a che fare con l'eutanasia, la questione economica non è di poco conto: nota da tempo la tabella tariffaria del trapasso verso l'aldilà (in media sui 10mila franchi svizzeri), era meno conosciuto il potere di guadagno di chi assume la veste di accompagnatore. Un infermiere - come riporta in un articolo il Tages-Anzeiger, che sull'argomento è andato a scandagliare il fondo della questione - è arrivato a fatturare in un anno 155mila franchi. L'attività è evidente ha una sua resa. Dall'estero la domanda cresce e in Svizzera a centinaia (soprattutto da Gran Bretagna e Stati Uniti) arrivano per il viaggio conclusivo dell'esistenza. All'incremento della richiesta, aumenta anche il numero di nuovi operatori che intraprendono questa attività, innescando la concorrenza. Il fatto sorprendente - scrive il quotidiano zurighese - è che «nessuno sa quanti siano attivi».
Per cercare di orientarsi fra i numeri di un fenomeno che proietta fuori dai confini l'immagine di un Paese diventato sinonimo di "morte libera", arrivano in soccorso i dati dell’associazione Dignitas. «Nel 2024 Dignitas ha accompagnato 280 persone verso la morte volontaria. Una persona su cinque veniva dagli Stati Uniti e quasi una su sei dalla Gran Bretagna» riporta il quotidiano zurighese.
Altri dari arrivano dall'associazione Pegasos (attiva dal 2019): oltre 300 le persone all'anno che vengono accompagnate alla morte, «la maggior parte sono statunitensi».
Il suo direttore Ruedi Habegger ha dichiarato che «l’unica soluzione per far fronte al crescente turismo del suicidio, è la legalizzazione all’estero» e per questo si batte sin dalla fondazione. L'ordinamento svizzero prevede che «l'aiuto al suicidio non sia motivato da interessi personali, la persona sia capace di intendere, non agisca d’impulso e compia il suicidio con le proprie mani». Non viene richiesto che si sia in una fase terminale della malattia, «anche se Exit o Dignitas hanno stabilito questa regola» al contrario di Pegasos che non lo richiede.
Per il Consiglio federale il numero di organizzazioni non aumenta: ma i dati dicono il contrario - Vi è una disputa sull'incremento o meno degli operatori che praticano il suicidio assistito: da una parte il Consiglio federale che non vede questo aumento, dall'altra gli osservatori del fenomeno che invece sostengono il contrario. I dati sembrano dare ragione a questi ultimi.
In principio fu Exit - All’inizio ci fu Exit, oggi la più grande organizzazione di suicidio assistito della Svizzera. Da qui venne alla luce «nel 1998 Dignitas. Da Dignitas, Lifecircle, fondata dall’attivista per il diritto alla morte Erika Preisig e dal fratello Ruedi Habegger. Nel 2019 Habegger fondò la propria organizzazione, Pegasos». Da Pegasos viene il fondatore di "Athanasios", che dopo avere lavorato per diverso tempo per l'organizzazione di Habegger, si è messo in proprio, ricevendo anche il "Preferred Swiss Partner di Exit" che lo sbandiera sul proprio sito-madre Exit International. Addirittura nel manuale "Andare in Svizzera", la sua associazione figura come una delle più autorevoli organizzazioni di suicidio assistito. La lista degli accompagnatori di morte prevede anche Phönix Care, «successore di Lifecircle». Ma non è finita qui: non si può dimenticare "The last resort", venuta alla luce commerciale appena due anni fa; «filiale svizzera di Exit International (che non ha rapporti con l’organizzazione svizzera Exit)», ha dietro il famoso inventore della capsula Sarco, Philip Nitschke, con un procedimento penale pendente dovuto all'uso della capsula in Svizzera datato 2024. Nitschke ha già fatto sapere che arriverà sul mercato una capsula per coppie e un ritrovato a forma di collare per suicidarsi.
La morte all'insaputa dei parenti, che protestano con le autorità svizzere - La vicenda ha più di un risvolto: come quello che ha che vedere con i parenti delle vittime, che in alcuni casi sono stati lasciati all'oscuro delle volontà dei loro cari di andare a morire in Svizera e si sono visti recapitare le ceneri dei loro estinti al proprio domicilio. I casi hanno riguardato alcune persone di nazionalità britannica. Ma - viene spiegato - le organizzazioni «le organizzazioni di suicidio assistito non sono obbligate ad assicurarsi che i parenti siano informati».
Le tensioni fra i diretti concorrenti - Dopo avere collaborato per anni, Pegaso e l'inventore della Sarco hanno preso strade separate. L'australiano Nitschke «e il suo entourage hanno iniziato a mettere in dubbio le attività di Pegasos». Exit International «ha messo in dubbio l’utilizzo del farmaco per il suicidio sodio-pentobarbital NaP, usato da decenni dalle organizzazioni svizzere e la cui distribuzione è regolata dalla legge sugli stupefacenti». Nitschke - si legge sul Tagi - «ha scritto che in Svizzera si vorrebbero nascondere possibili complicazioni come una sensazione soggettiva di annegamento, definendolo un piccolo sporco segreto». Ma «le associazioni professionali affermano di non conoscere tale complicazione». La disputa si è spostata sul piano finanziario con accuse di tariffe salasso rivolta a Pegasos («20mila dollari per ogni accompagnamento) e di un «un modello di business» in non ottemperanza con la legge svizzera. Accuse fermamente respinte dal fondatore di Pegasos.
I rumors su questa associazione si devono con tutta probabilità al famoso infermiere da 155mila franchi all'anno - che operava per l'associazione, come detto - di cui ha ha scritto anche Beobachter dopo avere visionato dei documenti. Questo infermiere professionale - affermano Tagi e Beobachter - accompagnava «fino a tre persone al giorno nel suicidio» chiedendo «1000 franchi» a caso. «Nel 2024 ha accompagnato quasi 160 persone alla morte e ha fatturato con la sua società 154’549 franchi. Al mese, ha percepito quasi 12’900 franchi. Ben più della media di un infermiere». L'operatore finito nel mirino respinge le accuse, dicendo che «il suo obiettivo sarebbe aiutare le persone» e Pegasos «non era la sua principale fonte di reddito». Il professore di diritto penale Christopher Geth dell’Università di Basilea, rileva che «in linea di principio è consentito offrire suicidio assistito a pagamento, se però «il compenso è nella norma professionale».



