Keystone
BERNA
06.05.2021 - 10:340

Il delicato lavoro del laboratorio di Berna

I ricercatori vogliono saperne di più sulle reazioni infiammatorie del sistema cardiocircolatorio provocate dal Covid.

Per farlo, infettano volutamente delle cellule umane. Le misure di protezione e di sicurezza devono però essere massime.

BERNA - Con rigide misure di sicurezza, ricercatori di un laboratorio bernese infettano cellule umane con il coronavirus. Vogliono scoprire i segreti delle reazioni infiammatorie del sistema cardiocircolatorio provocate dal Sars-CoV-2.

Muniti di tute protettive, aria filtrata e vere e proprie chiuse con due porte, gli scienziati lavorano in un laboratorio dal livello di biosicurezza 3, con sede nel centro di medicina traslazionale chiamato sitem-Insel.

Nel contesto del programma di ricerca nazionale "Covid-19", ricercatori sotto la guida di Yvonne Döring, dell'Università di Berna e dell'Inselspital, cercano di scovare reazioni specifiche delle cellule al coronavirus. «I casi più gravi di Covid-19 possono causare danni ai polmoni», ha spiegato Döring a Keystone-ATS nel corso di una visita al laboratorio. «Sappiamo pure che la malattia può far soffrire anche altri organi».

Quali cellule di preciso vengano infettate dal virus e in che modo questo si ripercuota sulle conseguenze a lungo termine, non è ancora totalmente chiaro. Per questo i ricercatori analizzano le cellule dei vasi sanguigni, della barriera emato-encefalica e dei muscoli cardiaci.

Massima sicurezza - Tutto ciò, come già detto, viene svolto con le massime misure di protezione, per evitare "fughe" del virus: «Bisogna immaginarsi il laboratorio di biosicurezza come una cipolla composta da vari strati», ha spiegato la direttrice del centro per le malattie infettive dell'Università di Berna Kathrin Summermatter.

Oltre ai differenti "strati", sono a disposizione telecamere e sistemi d'allarme. L'aria del laboratorio, pressurizzata, viene filtrata. Quando i ricercatori escono, vengono disinfettati assieme ai vestiti da lavoro. Oltre a ciò, i rifiuti vengono decontaminati. La possibilità che il virus trovi la strada verso la città è quindi assai remota, secondo Summermatter.

Il progetto, finanziato dal Fondo nazionale svizzero con due milioni di franchi, è previsto per una durata di due anni. I primi risultati sono però previsti già per la fine di quest'anno. Per un'applicazione concreta, bisognerà però aspettare diverso tempo.

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