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CANTONE / SVIZZERA“Pangolin”: un viaggio nella Svizzera tra rap e reggaeton

14.12.20 - 06:30
Più culture, più lingue e più stili: l'album d'esordio di KimBo rispecchia la diversità elvetica
KimBo
“Pangolin”: un viaggio nella Svizzera tra rap e reggaeton
Più culture, più lingue e più stili: l'album d'esordio di KimBo rispecchia la diversità elvetica

GORDOLA - Un viaggio tra Ticino e Svizzera tedesca in dodici tracce di sonorità rap e reggaeton per ballare, per scatenarsi, ma anche per riflettere.

È il percorso che s'intraprende ascoltando l'album d'esordio della cantante svizzera KimBo, "Pangolin", disponibile dal 27 novembre su tutte le piattaforme musicali.

Ciao Kim! È passato qualche giorno dall’uscita del disco, come ti senti?
«Molto bene! L'album unisce tutti i miei impegni musicali degli ultimi due anni, tra cui anche 'Valle', che è uscita quest'estate ed è stata in rotazione sulle radio ticinesi. Ora è fatta!».

Ma raccontaci di te, sei cresciuta in Ticino, giusto?
«Esatto, ho passato sia l'infanzia sia i miei primi anni da teenager a Gordola. Poi sono andata a vivere da mio padre a Zurigo dove ho frequentato il liceo artistico, sempre tornando in Ticino durante i weekend. Ora vivo a Basilea dove lavoro in un'associazione nel campo dell'educazione culturale. Diciamo che ho familiari, amici e colleghi musicisti sparsi nel triangolo Ticino, Zurigo, Basilea: la mia musica è diventato un piccolo mix culturale».

Definiresti il tuo genere un mix di rap e reggaeton? 
«Si, perché no! Ho iniziato con il rap ed il trap. Poi pian piano, prendendo lezioni di canto e scoprendo nuove direzioni ho ampliato le mie abilità. Il reggaeton mi ha sempre affascinato: secondo la mia esperienza è l'unico genere che fa ballare tutti! Oserei dire che è una delle poche musiche che unisce le persone in modo viscerale ed intuitivo. A gennaio quando ho avuto il concerto al Mono Bar a Locarno ho presentato tracce rap e reggaeton. Il rap è stato chiaramente apprezzato, ma quando sono passata al reggaeton la gente si è davvero scatenata!»

Come ti sei affacciata alla musica?
«Al liceo artistico, per il mio lavoro di maturità ho scelto di fare un videoclip musicale, che aveva come tema la migrazione. Il video è uscito molto bene ed è stato premiato come "Miglior Produzione Indipendente" dal Film Festival Centovalli, oltre ad essere nominato diverse volte anche in Svizzera interna. Allora ho capito che c'è del potenziale dietro i miei testi e la mia interpretazione».

Una delle tue armi principali è sicuramente la conoscenza delle lingue, ma quante ne parli? E come scegli quale utilizzare nei pezzi?
«Cinque: Italiano, tedesco, inglese, spagnolo e un pochetto di francese. È un processo spesso molto intuitivo. Ma con 'Valle' ad esempio ci tenevo a fare una canzone estiva dedicata al Ticino. Quindi ho inserito qualche parolina in spagnolo - anche qui in modo spontaneo - ma del resto è scritta tutta in Italiano. Poi c'è da dire che 'Valle' è una canzone sensuale. Di conseguenza lo svizzero tedesco, foneticamente parlando, è meno adatto. Lo sappiamo tutti che l'italiano è più sexy (ride, ndr)».

Torniamo all’album. Come mai il titolo “Pangolin”?
«Il 2020 è l'anno del coronavirus e proprio durante quest'anno è uscito il mio album di debutto. Dunque ho voluto creare un collegamento con il tema e ho scelto di farlo attraverso il pangolino, un animale selvatico che è stato accusato di aver trasmesso il virus agli esseri umani. Ma questo animale non ha colpe: Sono gli esseri umani a catturarlo, si tratta infatti del mammifero più trafficato illegalmente in tutto il mondo. Chiamando il mio album pangolino ho anche voluto mettere luce sulla tematica». 

Tracce allegre, ballabili, ma anche critiche. È un disco a 360°?
«Direi di si! Mi sono permessa di prendermi tutte le libertà artistiche, anche se la mia etichetta me lo ha sconsigliato. Al giorno d'oggi è meglio avere uno stile unico a livello di genere, scrittura, lingua e interpretazione. Il successo commerciale è meno probabile se si ha un'immagine troppo variegata. Ma io oramai sono fatta così. Voglio ballare e sfogarmi, ma anche riflettere su cosa accade nel mondo».

In “Vai Vai” racconti, con Sisma, l’esodo dei giovani dal Ticino. Una situazione che hai vissuto anche tu?
«Esatto. A 15 anni mi è toccato partire verso nord. A Zurigo poi ho dovuto iniziare da capo, trovare nuovi amici, accettare la nebbia e la cultura un poco fredda. Specialmente l'inizio è stato difficile e sono tornata spesso al sud. Andare su e giù, doversi riambientare e riadattare continuamente è un fenomeno tipico che vive la gioventù Ticinese. A volte ci si può sentire un po' persi eppure si impara ad avere un'ampia flessibilità culturale, e questa è una grande risorsa».

Ci presenti i featuring?
«Oltre a Sisma i featuring sono La Nefera, un'artista Basilese con radici domenicane che rappa in spagnolo, e Pyro, un rapper Basilese che rima in svizzero tedesco. Parlando di collaborazioni vorrei menzionare il magnifico Stefano Pettorossi di Bellinzona che ha fatto una bella parte del missaggio. E il poligrafo Pietro Togni della Valle Verzasca, che ha creato un artwork molto estetico. È stato un piacere collaborare con questi artisti!»
 
Hai già in cantiere altri brani o video musicali?
«Si, io non mi fermo mai, quindi ci sentiamo l'anno prossimo!».

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