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REGNO UNITO
24.07.2019 - 20:140
Aggiornamento : 21:49

Rivoluzione Johnson, via pure Hunt e Mordaunt

Il Governo britannico vede la partenza di molte figure leali alla premier uscente Theresa May ma pure di diversi deputati favorevoli alla Brexit

LONDRA - La Brexit nelle mani di chi l'ha voluta: Boris Johnson prende possesso di Downing Street, fra le speranze chi lo ama e le prime vibranti proteste di strada di chi lo detesta, e cambia subito musica rispetto alle cautele di Theresa May.

Con un discorso di esordio ottimistico fino all'azzardo, da motivatore più che da uomo politico, in cui conferma l'obiettivo di portare il Regno fuori dall'Ue il 31 ottobre, nel giro di 99 giorni, come lui stesso sottolinea, «costi quel che costi: senza se e senza ma».

Nessuna sfumatura di prudenza nelle sue parole, nessuna esitazione. La squadra di governo viene rivoluzionata, con nomine a propulsione brexiteer. E l'obiettivo viene dichiarato apertamente, assieme a una lista di promesse mirabolanti che potrebbero diventare anche il manifesto propagandistico di una futura campagna elettorale, qualora il banco dovesse saltare in direzione di un prossimo voto politico anticipato. «Un nuovo accordo con l'Ue», un accordo di divorzio «migliore per tutti», è possibile, sentenzia Johnson, ma il tempo dei rinvii è finito.

Bisogna smentire «i pessimisti», chi non crede «alla nostra capacità di onorare il mandato democratico» del referendum del 2016, dimostrare che «i critici e i dubbiosi si sbagliano», incalza. L'opzione del no deal resta dunque sul tavolo, un epilogo "remoto" a cui tuttavia il Paese deve prepararsi laddove «Bruxelles rifiutasse ogni ulteriore negoziato», nelle parole di Boris: parole che in fondo richiamano il gioco del cerino.

L'approccio è volontaristico, da tribuno se non da condottiero. Johnson si dice convinto, senza spiegare come, di poter allontanare il vincolo del backstop sul confine irlandese - ostacolo cruciale finora a Westminster alla ratifica d'una qualunque intesa - e con un calembour ironizza: «Never mind the backstop, the buck stops here» («la responsabilità ora è mia»).

Un concetto su cui insiste senza posa, a voce alta, in barba agli insulti e agli slogan delle centinaia di manifestanti che l'accolgono sventolando bandiere europee, dopo che un'avanguardia di attivisti di Greenpeace aveva già cercato di sbarrare la strada al suo corteo nel tragitto verso Buckingham Palace al momento di ricevere la designazione formale dalle mani della regina nel previsto passaggio di consegne con la May. E a cui aggiunge l'impegno di «servire il popolo», d'investire nelle infrastrutture dei trasporti con una politica economica pro business, d'incrementare i fondi all'istruzione e di trovare addirittura «20 miliardi di sterline» in più per la sanità, d'incentivare i settori della tecnologia e della ricerca scientifica, di fare di più per il welfare. Fra l'altro.

Prospettive entusiasmanti, in una narrativa in cui ricorre l'aggettivo «fantastico», caro all'amico Donald Trump, che le opposizioni - dal Labour di Jeremy Corbyn, ai Libdem della neo leader Jo Swinson, agli indipendentisti scozzesi dell'Snp di Nicola Sturgeon - bollano come vuota «retorica» infarcita di «spacconate e bluff». Ma che Boris lega alla convinzione che la Gran Bretagna ce la possa fare come tante altre volte nella storia; che dopo «tre anni di infondata sfiducia in noi stessi» si debba «cambiare spartito», scommettere sulle «ambizioni» d'un Paese che nessuno può «sottostimare».

Al suo fianco, una compagine totalmente trasformata. Fuori quasi tutti i moderati e i fedelissimi della May, incluso Jeremy Hunt (che lascia il Foreign Office dopo la sconfitta nel ballottaggio per la leadership Tory con Johnson). Dentro giovani rampanti della nuova destra e brexiteer radicali. Sajid Javid nuovo cancelliere dello Scacchiere, Dominic Raab capo del Foreign Office, Priti Patel per il ministero dell'Interno e il fedelissimo Ben Wallace alla Difesa. E un posto chiave di consigliere a Downing Street va pure a Dominic Cummings, controverso guru della campagna referendaria di Vote Leave tre anni fa, descritto da alcuni come un genio, da altri come uno psicopatico o uno spregiudicato utilizzatore di fake news, la cui figura è stata interpretata da Benedict Cumberbatch nella recente serie tv 'Brexit, The Uncivil War'.

Un team che apre non pochi dubbi a Bruxelles, da dove peraltro continuano a rimbalzare le offerte di dialogo a Johnson: purché su questioni concrete.

Tutti i nomi del Governo Johnson - Una squadra di brexiteer e "giovani" leoni della nuova destra Tory. È il ritratto d'insieme del governo britannico guidato da Boris Johnson, seppure non senza qualche eccezione.

Un governo quasi totalmente terremotato rispetto alla compagine di Theresa May, con una quindicina di ministri uscenti di spicco scaricati. Ecco i nomi chiave destinati ad affiancare il neo premier nella sfida per portare a termine la Brexit in 99 giorni, entro il 31 ottobre.

- DOMINIC RAAB: 45 anni, avvocato dai modi vellutati, ma dalle idee radicali, è un brexiteer senza compromessi. Non immune da qualche gaffe, è stato ministro per la Brexit nel secondo governo May dopo le dimissioni del veterano David Davis, ma si è poi dimesso l'anno scorso contestando la linea giudicata troppo soft della ex premier. Diventa ministro degli Esteri e Primo segretario di Stato, un onore che nessuno ricopriva nel precedente gabinetto e che gli conferisce il rango di numero 2.

- SAJID JAVID: 49 anni, figlio d'immigrati pachistani fattosi largo nel business e poi nell'establishment conservatore, è stato ministro dell'Industria con David Cameron, e ministro dell'Interno dal pugno di ferro nell'ultima fase della stagione May. Ora viene promosso a capo del Tesoro e delle Finanze del Regno come cancelliere dello Scacchiere, primo esponente di una minoranza etnica su questa poltrona, al posto del più moderato Philip Hammond. Pro Remain pentito, negli ultimi anni si è affiancato alle posizioni dei brexiteer sui rapporti con l'Ue.

- MICHAEL GOVE: 51 ANNI, veterano del governo e grande tessitore di trame fra i Tories, è stato al fianco di Johnson nella campagna referendaria pro Brexit del 2016, ma poi lo ha tradito. Ora il binomio si ricompone con la nomina di Gove - già ministro dell'Istruzione e della Giustizia con David Cameron, e dell'Ambiente con Theresa May - a cancelliere del Ducato di Lancaster; ruolo di coordinamento del gabinetto finora in mano al filo-Ue David Lidington, vicepremier di fatto della May.

- PRITI PATEL: 47 anni, di origini familiari indiane, è una delle figure più radicali e controverse del Partito Conservatore di oggi, nota fra l'altro per il suo sostegno inflessibile alla Brexit, a Israele e per i legami con il mondo del business, incluse le industrie del tabacco e degli alcolici. Era stata ministra del Commercio Estero nel primo governo May, salvo essere costretta a dimettersi per aver incontrato vertici politici e d'affari israeliani durante una vacanza nello Stato ebraico all'oscuro di Downing Street e dell'ambasciata britannica (ma non di quella israeliana a Londra). Ora diventa ministro dell'Interno, a capo dell'Home Office.

- BEN WALLACE: 49 anni, ex militare, già viceministro della Sicurezza Nazionale, è un fedelissimo di Johnson, al suo fianco fin dall'inizio nella corsa per la leadership Tory. Sostituisce a sorpresa al dicastero della Difesa Penny Mordaunt, prima donna ministro in questo ambito nel Regno e in carica da pochi mesi, anche lei brexiteer, ma sostenitrice di Jeremy Hunt come leader.

- STEPHEN BARCLAY: 47 anni, avvocato d'affari, è uno dei pochi ministri confermati. Brexiteer, aveva dato il suo endorsement a Johnson e resta alla guida del dicastero della Brexit per garantire continuità al dossier dei negoziati con Bruxelles.

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Bayron 1 anno fa su tio
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