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26.10.2021 - 18:370
Aggiornamento : 19:00

Il problema dei lavoratori senza sicurezza nella transizione green

Dalle miniere di cobalto agli impianti di riciclaggio, passando per i pescatori: i diritti umani nell'economia verde

NEW YORK - Green o non green, questo è il dilemma. La transizione verso l'economia verde nasconde qualcosa di molto nero. Sono i lavoratori di cui i diritti non vengono tutelati, perché green non è sinonimo di safe.

Esiste un confine labile tra marketing e realtà, e le politiche vendute come green dalle aziende non tutelano per forza ogni minima fase dei processi industriali. Negli ultimi anni si è invocato il fiorente mercato dei veicoli elettrici, ad esempio, che bypassano il petrolio, ma anche i diritti umani. La tecnologia verde necessita rame, nickel, cobalto e litio e, secondo il Fondo monetario internazionale, la richiesta di queste materie è destinata a crescere nei prossimi 20 anni.

La Repubblica del Congo, come alcune altre nazioni, è il piede di ferro per questo tipo di mercato, perché risponde alla richiesta del 70% di cobalto a livello mondiale. Ma se già oggi nelle miniere vengono sfruttati dei minori e le condizioni di lavoro sono pericolose, con un aumento della domanda la situazione non potrà che peggiorare. Allo stesso modo, i lavoratori impiegati nel riciclo dei rifiuti tecnologici, riferisce il Financial Times, possono trovarsi con salari molto bassi e senza sicurezza sul lavoro.

Lo ha riferito per esempio uno studio dell'Health and safety at work, che si è recato sul posto in sette centri di riciclaggio e ne ha campionato l'aria, concludendo che i lavoratori sono esposti a livelli elevati di polvere ed endotossine. Intervistati, l'84% degli impiegati ha dichiarato di soffrire di problemi cutanei, respiratori, gastrointestinali e muscolo scheletrici, attribuendone la causa al loro lavoro.

Non solo tecnologia - A livello di marketing, quando si parla di economia verde, vengono invocate immagini di persone che si prendono cura della natura e che lavorano in ambienti puliti e sicuri, ma non sempre ciò che si nasconde dietro a questa certificazione rispecchia davvero la realtà. Nemmeno quando questo tipo di messaggio arriva dal Food Systems Summit dell'Organizzazzione delle Nazioni Unite (Onu). Recentemente si è iniziato a parlare delle potenzialità del Blue Food, ovvero il cibo che viene dall'acqua. Ne sono state esaltate le potenzialità nutritive, il fatto che a livello di nutrizione l'umanità necessità del 5% della fauna acquatica.

Come riporta Wired, la relatrice di questo progetto è la Blue food alliance, che al Summit ha messo tutti d'accordo per procedere a un aumento del consumo del cibo prodotto in acqua. Nel suo rapporto, "The blue food assessment", è stato elogiato il fatto che la pesca e l'acquacoltura possono avere un basso impatto ambientale e il pesce ha apporti nutritivi migliori dei cibi animali terrestri. Ma non solo, si parla di sicurezza alimentare e di come, procedendo in questa direzione, si va verso un'economia sostenibile e si promuove l'ecologia.

Per quanto i dati possano essere scientifici, qui il problema è che non tutti sono stati presi in considerazione. Perché secondo la stessa Food and Agriculture Organization dell'Onu il 90% delle specie acquatiche sono sotto la metà o stanno per superarla nei livelli storici. E dal 1970 a oggi, solo gli squali e le razze sono scomparse al 90%.

Inoltre, come svariati studi scientifici hanno dimostrato, per quanto possa essere vero che il pesce sia una fonte di vitamine e nutrimenti importanti, è anche vero che possono contenere microplastiche e tossine bioaccumulabili come Pcb, Pbde e mercurio, come spiegato in uno studio pubblicato su ScienceDirect. Questo non solo per le cannucce, ma soprattutto per le stesse reti da pesca, che rappresentano il 46% dei rifiuti plastici presenti in mare.

Dal punto di vista dei diritti umani, spesso la pesca viene pubblicizzata con i classici marinai che indossano il cappellino, hanno la barba e portano con sé anche il nipote a pescare su una vecchia barca. E che al ritorno appendono il pescato fuori casa. Come è dimostrato nel documentario Seaspiracy nella pesca, per soddisfare la richiesta, vengono utilizzati metodi di schiavismo. E sono decine di migliaia le persone private dei loro diritti che sono obbligate a lavorare su un quarto della flotta peschereccia a livello mondiale. E questo lo ha rivelato una ricerca intitolata "Satellites can reveal global extent of forced labor in the world’s fishing fleet".

Reuters
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