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23.03.2021 - 07:080

Sono ancora troppe le donne che dipendono dall'ex partner

Il caso di una madre 50enne separata "esclusa" dal mondo del lavoro. Zero autonomia economica. E tanta ansia.

La specialista: «Nonostante la maternità, non bisognerebbe mai staccarsi completamente dall'ambiente professionale». Nella Svizzera italiana vari servizi a disposizione per situazioni simili.

BELLINZONA - Completamente dipendente dall’ex marito dal punto di vista economico. E ripetutamente umiliata. È la drammatica situazione di una 50enne del Bellinzonese (nome noto alla redazione), madre di due figli. «Non riesco a tagliare i ponti col mio ex marito perché dipendo ancora da lui a livello finanziario. Da quando qualche anno fa ci siamo separati, io non sono più riuscita a rientrare nel mondo del lavoro».

Femminicidi raddoppiati – Già. Oltre alla violenza fisica, che ha portato al raddoppio dei femminicidi in Svizzera nei primi mesi del 2021 (già 10 donne uccise in 11 settimane) c'è anche quella psicologica. Sempre più marcata e particolarmente subdola. Spesso presuppone una situazione di sudditanza. 

La raccomandazione – Nora Jardini Croci Torti, coordinatrice del Consultorio giuridico Donna e Lavoro di Massagno, ha spesso a che fare con casi analoghi. «Oggi è sempre più importante che le donne, nonostante la maternità, mantengano almeno pezzo piede nel mondo professionale. È una raccomandazione che faccio sempre». 

Il rischio da evitare – Un suggerimento vitale dal momento che oggi in Svizzera circa il 50% dei matrimoni salta. Per non parlare delle convivenze. «Sovente la donna si ritrova penalizzata. Anche se si hanno dei figli. Quando il bambino più grande ha compiuto i 6 anni, la madre deve già “auto sostenersi” nella misura del 50%. Quando ne ha compiuti 12, nella misura dell’80%. È chiaro dunque che se si resta prive di competenze lavorative, ci sono grossi rischi di ritrovarsi in una condizione di dipendenza a tutti i costi».

«Lui sa di avermi in pugno» – Ed è un po’ quanto sta accadendo alla 50enne del Bellinzonese. Una donna che, piano piano, sta perdendo anche la dignità. «Col mio ex marito non c’è un buon rapporto. Lui soffre di narcisismo. Sa di avermi in pugno. Dice che se non c’è lui, nessuno mi aiuta. E quindi se da una parte mi dà una mano, dall’altra mi offende a ripetizione. E se oso ribattere, va dai nostri figli e parla male di me».   

Richieste di aiuto – Possibile che in un Paese emancipato come la Svizzera ci siano ancora donne rinchiuse in una gabbia psicologica del genere? «Sì – evidenzia una consulente del Consultorio delle donne di Lugano (che per ragioni di privacy desidera restare anonima) –. Negli ultimi 10 anni c’è stato un aumento di richieste di aiuto in tal senso». 

Il Covid ci mette lo zampino – Preoccupano anche le conseguenze della pandemia in corso. Soprattutto quelle legate alle restrizioni e ai confinamenti. Cristiana Finzi, delegata per l’aiuto alle vittime di reati, specifica: «Nel corso del 2020 sappiamo che è a livello ticinese sono lievemente aumentate le situazioni di violenza domestica. Durante la prima ondata tra marzo e aprile abbiamo registrato una diminuzione delle segnalazioni. Ampiamente compensata nei mesi successivi con un +10% delle vittime di violenza domestica che si sono rivolte ai nostri servizi». 

Tanti casi restano nascosti – «Spesso – riprende la consulente del Consultorio delle donne – l’autore di violenza domestica detiene anche il controllo finanziario della coppia. Purtroppo si tratta sempre di numeri difficili da quantificare, visto che molti casi restano nascosti».   

Un atto di forza di volontà – «La cosa più importante – riprende Jardini Croci Torti – è che nella Svizzera italiana ci sono vari enti a cui ci si può rivolgere. In diversi Comuni ci sono assistenti sociali molto bravi che possono seguire le singole situazioni. La donna, in circostanze come queste, non deve più sentirsi succube dell’uomo. Può chiedere aiuto. E può trovarlo». Spesso però subentra una componente psicologica. Si ha vergogna di esporre la propria vicenda ad altri. «Comprensibile. Ma è un passo che va fatto. Ci vuole un atto di forza di volontà anche da parte della donna».   

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