Fischer, il caso esplode: «Off the record o verità necessaria?»

Il dibattito si allarga: media sotto accusa, ma gli esperti difendono la scelta della SRF.
ZURIGO - Il caso Patrick Fischer continua a far discutere e le polemiche innescate non accennano a placarsi. Dalla rabbia dei tifosi, alle polemiche legate al Covid, fino alle critiche contro i media: la vicenda dell’ex coach della Nazionale, finito sotto accusa per aver utilizzato un certificato di vaccinazione falso alle Olimpiadi di Pechino e poi licenziato dalla Federazione ha aperto un dibattito ben più ampio del solo ambito sportivo.
Al centro della tempesta ora è finito anche il ruolo del giornalismo. Il reporter della SRF coinvolto nell’inchiesta è finito nel mirino e, in alcuni casi, è stato anche insultato. La domanda che divide il dibattito è una sola: il giornalista ha agito correttamente? E soprattutto, la conversazione con Fischer era davvero “off the record”?
Il tema è diventato oggetto di discussione anche tra esperti di comunicazione e giornalisti su LinkedIn. «In quali circostanze le informazioni raccolte in contesti informali possono essere utilizzate?», si chiede ad esempio Thomas Schlittler, redattore economico della NZZ. Secondo lui, le conversazioni “off the record” sono uno strumento essenziale per affrontare temi delicati. Ma nel caso Fischer, questa protezione non sarebbe applicabile.
Più critica la posizione dei Giovani UDC, secondo cui i media avrebbero contribuito ad alimentare il caso, parlando di una narrazione «guidata dall’indignazione» da parte della cosiddetta «stampa mainstream». Anche il settimanale Weltwoche accusa il giornalista SRF Pascal Schmitz di aver tradito la fiducia dell’ex allenatore.
Ma cosa significa davvero “off the record”? Il professore di giornalismo Vinzenz Wyss spiega che si tratta di una regola chiara: alcune informazioni possono essere condivise solo a condizione che non vengano pubblicate né attribuite alla fonte. Nel caso Fischer, però, secondo il giornalista SRF non sarebbe stato concordato alcun accordo di questo tipo.
E anche il contesto conta. «Anche se la dichiarazione è avvenuta durante un pranzo, si tratta comunque di un contesto professionale e non privato», sottolinea Wyss. In linea generale, quando un’informazione ha un forte interesse pubblico e un alto valore giornalistico, può e deve essere pubblicata.
Nel caso specifico, l’esperto non ha dubbi: la confessione di Fischer riguarda un fatto rilevante, emerso da un’inchiesta, che coinvolge una figura pubblica in un ruolo di responsabilità. «Un allenatore nazionale che ha utilizzato documenti falsi e non lo ha comunicato a federazione, club e tifosi rappresenta un’informazione di grande interesse pubblico».
Per Wyss, il principio è chiaro: l’interesse pubblico prevale sulla sfera privata, soprattutto quando la vicenda riguarda una figura di primo piano dello sport nazionale. Anche perché, aggiunge, il giornalista non era solo al tavolo: la conversazione è stata ascoltata da più persone.
Resta infine il nodo più delicato: i limiti della divulgazione. In alcuni casi, come per questioni legate alla sicurezza nazionale, l’informazione può essere trattenuta. Ma il caso Fischer, secondo gli esperti, non rientra in queste eccezioni. «Se i giornalisti dovessero proteggere sempre interessi privati o sportivi, molti fatti rilevanti non verrebbero mai alla luce», conclude Wyss.



