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03.05.2021 - 10:580

Ma l’ACSI è veramente dalla parte dei consumatori?

Unione Contadini Ticinesi

Abbiamo preso atto con estrema incredulità e delusione della decisione dell’Associazione dei Consumatori della Svizzera Italiana di dichiararsi a favore delle due iniziative agricole estreme per l’ “Acqua potabile pulita” e “Svizzera senza pesticidi”.

Come si fa a votare Sì a delle iniziative che avrebbero delle conseguenze estremamente nefaste sui nostri produttori, trasformatori e consumatori? Come si fa ad essere favorevoli ad una minor produzione indigena, più importazioni, degli alimenti più cari, più spreco alimentare, un’ingente perdita di posti di lavoro e di valore aggiunto. E tutto ciò senza alcun vantaggio globale per l’ambiente o l’acqua, esportando semplicemente all’estero la nostra impronta ecologica?

Sembra incredibile ma è così! Tutti hanno visto il servizio di Patti Chiari sulle fragole dalla Spagna, su come vengono prodotte lì. Troppo facile affermare che la produzione regionale è importante ma poi, quando bisogna sostenerla come in questo caso, si vota un’iniziativa che la metterebbe in ginocchio? Gli agricoltori ancora una volta devono ubbidire senza prospettive concrete, perché le due iniziative portano solo divieti e sono prive di qualsiasi strategia, seguendo un semplice motto “noi decidiamo voi arrangiatevi”.

Scrivere come ha fatto l’ACSI che propongono “soluzioni per il settore” è falso e scorretto.

L’agricoltura svizzera si reinventa e migliora di continuo. Ogni giorno fa davvero molto per allevare gli animali con rispetto, salvaguardare l’ambiente e proteggere le risorse, come l’acqua che esce dai nostri rubinetti che, caso più unico che raro, si può bere senza problemi grazie a controlli di qualità tra i più severi al mondo. In 10 anni l’uso di pesticidi sintetici è diminuito del 37% e oggi oltre la metà dei prodotti fitosanitari utilizzati in Svizzera è d’origine naturale e può essere usata anche nell’agricoltura biologica.

Senza la necessaria protezione delle colture contro funghi e parassiti, l’agricoltura non sarebbe in grado di fornire al mercato né la quantità di cibo richiesta né la qualità desiderata. Senza poter usare fitofarmaci i generi alimentari d’importazione aumenterebbero esponenzialmente. Già oggi, il 75% del nostro impatto ambientale legato ai consumi è generato all’estero. Più importiamo e più l’ambiente globale ne soffre. Altresì il Piano d'azione nazionale dei prodotti fitosanitari, che comprende obiettivi misurabili e 51 misure concrete per ridurre al minimo i rischi legati ai prodotti fitosanitari per gli utilizzatori, i consumatori e l’ambiente, è in corso d’opera e una nuova legge voluta dal Parlamento entrerà in vigore a breve e prevede di ridurre del 50%, entro il 2027, i rischi associati all’uso di prodotti fitosanitari per l’acqua e gli habitat naturali. Questa legge si occuperà anche di ridurre le perdite di elementi nutritivi contenuti nei concimi.

Per ricevere i pagamenti diretti e seguendo la Strategia e il piano d’azione nazionale Biodiversità, le famiglie contadine dedicano già un’ampia parte della loro azienda alla promozione della biodiversità, sotto forma di prati fioriti, pascoli estensivi, frutteti ad alto fusto, terreni da strame, ecc. Il minimo legale richiesto è del 7%, ma già oggi in Svizzera il 19% della superficie agricola del Paese, ovvero ca. 190’000 ettari, è utilizzata per promuovere la biodiversità, senza contare il notevole apporto assicurato dalle superfici alpestri ricche di specie.

Anche nell’allevamento animale siamo all’avanguardia, basti pensare alla Strategia contro le resistenze agli antibiotici per cui il veterinario deve prescrivere ogni trattamento di un animale malato e registrarlo in una banca dati. Le quantità utilizzate di sostanze antibiotiche critiche si sono ridotte di due terzi negli ultimi 10 anni. In Svizzera da decenni non si usano più gli antibiotici in modo profilattico o sistemico. Inoltre, l’allevamento intensivo in Svizzera non esiste. Sottostiamo a una delle leggi più severe al mondo in materia di protezione e di benessere degli animali. La stabulazione libera, le ampie superfici minime disponibili, l’utilizzo ridotto di medicinali e le pratiche di abbattimento rispettose, sono già adesso una bella realtà. Il numero massimo di suini, volatili e vitelli per azienda è molto basso se paragonato a quello delle nazioni con cui confiniamo. Grazie a marchi di qualità che certificano i differenti metodi di allevamento e indicano quelli particolarmente rispettosi degli animali, disponiamo di un eccellente ventaglio di scelte, che permette ai consumatori di orientarsi in maniera critica e consapevole, promuovendo attivamente il benessere degli animali tramite l’acquisto mirato di determinati prodotti.

L’attuale pandemia ha aumentato l’incertezza e le paure legate al nostro sostentamento. Se non c’è stata carenza di alcun prodotto nei supermercati è stato anche grazie ai contadini svizzeri, che hanno continuato a fare il loro lavoro. Oggigiorno produciamo meno del 60% dei generi alimentari consumati nel nostro Paese. Il nostro obiettivo minimo è quello di mantenere questa quota, però se le iniziative venissero accolte si scenderà al 42%. È irresponsabile ridurre la produzione interna e mettersi nelle mani degli altri paesi in un campo di vitale importanza quale quello alimentare. Senza dimenticare che se le iniziative venissero accettate, noi consumatori svizzeri potremo acquistare solo alimenti biologici e possiamo aspettarci che il costo del cibo per una famiglia di quattro persone aumenti di circa 4’000 franchi all'anno. Chi non può permetterselo, o non vuole, dovrà fare la spesa nei paesi limitrofi. È davvero questo un risultato che l’ACSI vuole condividere?

L’agricoltura svizzera è da lungo tempo un esempio a livello internazionale. Il Consiglio Federale, il Parlamento, molti partiti e innumerevoli associazioni sono contrarie a queste iniziative.

Ma tutto ciò non è ancora abbastanza per l’ACSI che ha deciso di sostenere le due iniziative paradossali, fuorvianti e ingannevoli. L’affermazione che esse prevedono un ampio margine temporale di adattamento è semplicistica e non tiene conto dei fattori complessivi. Se per l'orticoltura il tempo di riconversione potrebbe essere in alcuni casi sufficiente, ammesso che per tutti gli ortaggi esistano varietà idonee alla coltivazione bio e adatte al mercato, per la frutticoltura e viticoltura una riconversione su 10 anni è troppo breve e implicherebbe una riduzione insostenibile di 30-40% di reddito su 10-12 anni, mentre per l'allevamento di animali non strettamente erbivori la riconversione non sarebbe possibile.

Tutto ciò andrebbe a scapito dell'autoapprovvigionamento, della sicurezza alimentare e del mercato interno, senza calcolare lo stress a cui le nostre famiglie contadine sono sottoposte di continuo e ne fanno un settore altamente a rischio. Questi fatti oggettivi dovrebbero far riflettere un pochino di più.

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Ultimo aggiornamento: 2021-05-18 13:25:51 | 91.208.130.87