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LUGANO«Fraintendono "Teorema"? Non è colpa mia»

17.05.24 - 06:30
Marco Ferradini, ospite stasera al Privilege a Lugano, spiega perché la sua canzone più celebre è un brano che sta dalla parte delle donne
IMAGO / Independent Photo Agency Int.
«Fraintendono "Teorema"? Non è colpa mia»
Marco Ferradini, ospite stasera al Privilege a Lugano, spiega perché la sua canzone più celebre è un brano che sta dalla parte delle donne

LUGANO - Questa sera dalle 21.30 il Privilege Club di Lugano ospiterà dalle 21.30 "Rewind", il party con gli artisti che hanno fatto la storia della musica dagli anni '70 ai '90. Il focus odierno è incentrato sugli anni '80 e l'ospite speciale ha indubbiamente lasciato una traccia indelebile in quel decennio: Marco Ferradini.

Abbiamo colto l'occasione per fare quattro chiacchiere con il cantautore italiano, autore di classici come "Teorema", "Lupo solitario" e fino ad arrivare al suo ultimo album, "L'uva e il vino". È una fase positiva della sua carriera, ci spiega: sta per uscire il suo libro e anche un doppio lavoro acustico.

Di cosa parla il libro?
«È la mia autobiografia. S'intitola "Il Teorema di un Lupo solitario" e partirà dalla mia infanzia, dalla nascita a Casasco d'Intelvi, vicino a Como. A otto anni sono andato a Milano e ho cominciato a masticare musica. Piano piano, grazie ai miei genitori che non hanno mai ostacolato la mia passione, ho cominciato a entrare in questo mondo. Era l'epoca del beat: erano tempi molto vivaci, c'era entusiasmo intorno al fenomeno musicale».

Considerando che ha passato l'infanzia a pochi passi dal confine, c'è spazio nel volume per qualche aneddoto sul Canton Ticino?
«Ho parlato anche in una canzone di me e un amico che, ogni tanto, andavamo in Svizzera a prendere il cioccolato e poi le sigarette. Per attraversare la frontiera facevamo lunghissime code e il Ticino ci sembrava un altro mondo, pieno di negozi colorati. Era come un paradiso. Poi io sono molto legato al Monte Generoso, essendo proprio originario di quelle zone lì. Per me sono i posti più belli del mondo, è l'Himalaya in Italia. Sono un hippie ma, ancora di più, mi sento un montagnard».

Parlando degli anni '80, non vorrei partire dalle sue canzoni ma dalle sigle dei cartoni animati.
«(ride, ndr) Per i ragazzi di quell'epoca sono state quello che per noi sono stati i Beatles: la musica che si è imposta e che è passata di generazione in generazione. Facevo il vocalist e ho cantato in molti di quei brani. C'era anche Fabio Concato con me. Quando abbiamo registrato "Ufo Robot" eravamo alla Fonit Cetra di Milano e c'era il maestro Vince Tempera, che l'aveva scritto insieme a Luigi Albertelli. Eravamo quattro più altrettanti coristi, quindi otto persone che si alternavano nelle incisioni».

Cosa le è rimasto impresso di quell'esperienza?
«Un clima di grande divertimento, anche di euforia. Per fare questo mestiere bisogna essere molto su di giri. Penso che quell'energia si percepisca nelle sigle de "L'imbattibile Daitarn 3", "Il grande Mazinga" eccetera».

"Lupo solitario" fu indubbiamente una canzone emblematica della sua epoca.
«È stato il mio omaggio alla musica della West Coast americana. È un mondo che mi è sempre piaciuto, non solo come sound ma anche come filosofia. "Lupo solitario" è la risposta italiana a quel mondo di lunghi spostamenti - che sono poi quelli che segnano la vita del musicista, che è sempre in viaggio. Anche se la canzone è dedicata ai Dj radiofonici».

Perché proprio a loro?
«Sono coloro a cui devo il successo. Mettendo in continuazione "Teorema" mi hanno portato alla fama e ho voluto omaggiarli con questa canzone. Che è nata tra un concerto e l'altro, in un lungo viaggio notturno sull'Adriatico tra l'Abruzzo e Diano Marina. Il testo è uscito di botto, l'ho dettato alla mia compagna e la musica è arrivata subito dopo, fresca fresca».

Veniamo quindi a "Teorema", un classico che periodicamente vive delle nuove giovinezze. Prima con il film di Aldo Giovanni e Giacomo "Chiedimi se sono felice" e ora con i giovanissimi su TikTok.
«È una canzone che rimbalza nel tempo, pare che non invecchi mai. Anche perché l'argomento interessa tutti e ogni generazione prova ad affrontarlo, cioè il rapporto tra uomo e donna. Dico sempre s'insegna come guidare un aeroplano, come fabbricare una casa, ma nessuno insegna a costruire e gestire i propri sentimenti».

Non le sembra che "Teorema" sia citata spesso a sproposito, come se non la si ascoltasse nella sua interezza e si citasse solo la seconda strofa?
«Assolutamente sì! È la canzone dell'uomo ferito, ma è una canzone contro la violenza sulle donne. Insegna ai maschi a gestire le proprie cadute, le sofferenze e a non reagire sempre con i muscoli. Il finale è molto onesto, con le nostre contraddizioni e l'essere radicati alla carne e alla terra».

Eppure spesso viene spacciata per qualcosa che non è...
«Questo fa parte della strumentalizzazione. Il "Prendi una donna, trattala male" va inserito in quello che è il suo contesto. L'uso improprio di queste parole, purtroppo, non è colpa mia».

Perché gli anni Ottanta hanno tutto questo fascino? C'è l'effetto nostalgia in chi li ha vissuti, ma cosa attira i più giovani?
«Penso che siano stati fantastici perché si usciva da un periodo di violenza politica nelle strade, di contrapposizione molto dura. Si era perfino smesso di ballare. Quindi abbiamo salutato positivamente la fine della sensazione di guerra fredda tra Gorbaciov e Reagan e quel senso di pacificazione».

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