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"Manoglia", un disco di foglie, vento e lacrime

MUSICA"Manoglia", un disco di foglie, vento e lacrime

13.10.23 - 06:30
Un Davide Van De Sfroos intimo, sorprendente, avvolgente e commovente: «Questo disco mi ha giovato, come uomo»
ALESSIO PIZZICANNELLA
"Manoglia", un disco di foglie, vento e lacrime
Un Davide Van De Sfroos intimo, sorprendente, avvolgente e commovente: «Questo disco mi ha giovato, come uomo»

TREMEZZINA - "Manoglia", ovvero magnolia nel dialetto laghée, la lingua poetica tanto cara a Davide Van De Sfroos. È il titolo del suo nuovo album, che esce oggi, venerdì 13 ottobre, per BMG/MyNina anche in versione vinile, vinile colorato in edizione limitata e numerata, cd e download.

Un viaggio nel profondo - Già dai primi annunci si era capito che "Manoglia" non sarebbe stato un disco come gli altri firmati Davide Van De Sfroos. Ma il primo ascolto in anteprima mi ha sinceramente sorpreso. Il "father folk" laghée conserva sempre quel suo sguardo ironico e compassionevole sul mondo, che lo porta a empatizzare sempre e comunque con chi viene messo al margine, con gli sconfitti. In questo lavoro Davide Van De Sfroos sembra essere andato ancora più a fondo: ha lavorato per addizione e sottrazione, aggiungendo sonorità e strumenti che non associamo generalmente a lui (le atmosfere asiatiche di "Shandeme", per esempio) ma togliendo nel contempo una serie di elementi, a cominciare dalla batteria. «Si è andati in sala d'incisione a "inventare" i pezzi e non solo per registrare. Si è lavorato con gli altri della band e con gli ospiti, proponendo un'ossatura e facendo una sorta di sperimentazione sulla tavolozza dei colori sonori» mi ha spiegato nel corso di una conversazione telefonica.

«Un autunno anche interiore» - Una ricerca dell'essenza, che è sfociata in una produzione che suona morbida, avvolgente come un caldo abbraccio. «Diciamo che è la prima volta che mi prendo la libertà di fare un disco in questo modo» ammette Davide. "Manoglia" è infatti «confidenziale, abbastanza sussurrato, autunnale - ma di un autunno anche interiore, nel senso positivo del termine». È un tempo, riflette il cantautore, dove arriva un cambiamento, dove ci sono luci e ombre speciali. Tutto questo si riverbera sulle canzoni «che, probabilmente, in origine canzoni non erano - ma erano pensieri, note, poesie, cose che avevi scritto sui taccuini che viaggiavano con te dentro boschi, strade, a qualsiasi ora del giorno e della notte».

Ci si ritrova infine, riflette, «con queste undici canzoni dove trovi anche cose, se vogliamo, aperte dal punto di vista delle possibilità: "Crisalide (le ali del falco)", "Forsi" con la sua chitarra Manouche...». Un album con una magia peculiare: ci sono momenti di grande tenerezza ("Zia Nora"), di lucida ma visionaria poeticità ("Ankainkoo", con il suo lungo e sommesso finale).

Il vento magico - C'è poi "Foglie al vento", che chiude l'album. «È un sequel de "La preghiera delle quattro foglie"», brano contenuto in "Akuaduulza" del 2004. «Mi sono trovato una volta a camminare tra gli alberi e mi sono detto che era il momento di aggiungere altre quattro foglie». Con una grossa sorpresa per l'ascoltatore: «È un brano che non fa finire il disco ma ti trascina in svariati minuti di mantra ambientale, tutto per cercare di arrivare il più possibile a toccare le corde più misteriose dell'ascoltatore». Il folk venato di psichedelia di fine anni '60 ha giocato un ruolo chiave, mi spiega Davide, facendo i nomi di svariati artisti tra i quali Donovan e Tim Buckley. «Ci si trova proiettati in un vento strano fatto di suoni e suggestioni ipnotiche. Mi ha veramente stregato - e di questo dobbiamo ringraziare l'amico Alessandro Gioia, che ha capito benissimo cosa poteva offrire questo pezzo».

Dalla natura, nella natura - Il tema della natura è dominante in questo lavoro: si parte dal legno e nel legno c'è la conclusione, in una perfetta circolarità. «Certo, è un disco "legnoso" dal punto di vista della simbolicità. Pensiamo a cosa mi dona un albero: l'aria, il fuoco per scaldarmi quando lo taglio e diventa il ciocco del camino. Mi dona il frutto e mi dona anche la musica: la chitarra usata per "Foglie al vento" è fatta da un liutaio di Mantova, Matteo Bellini, che ha utilizzato venti diversi tipi di legno per creare lo strumento». Ma noi cosa diamo agli alberi?, si chiede Davide. «Generalmente niente: le innaffiamo qualche volta, io ogni tanto le abbraccio o ci parlo, nel caso di un ulivo e una quercia che ho imparato a riconoscere come totem. Tante volte ho parlato anche con la grande magnolia che dà il titolo a questo lavoro. Mi sono chiesto: cosa posso fare se non trattare l'albero come un grandissimo alleato? Posso dedicargli un disco».

Il momento giusto - Un disco che probabilmente non sarà immediato, ammette Van De Sfroos: «Non è qui a sgomitare per cercare di farsi sentire. Lo capirei se aprirai le tue finestre interiori e lascerai entrare queste foglie», che altro non sono che le canzoni. «Devi prenderti un po' di tempo e ascoltarlo nel momento giusto».

Una lacrima liberatoria - In definitiva, "Manoglia" è stato un album che ha richiesto un deciso investimento emotivo da parte del suo autore. «Con tutto quello che è il suo voler ricercare ci si trova spesso a sanguinare, ad avere dei momenti di scoraggiamento. Quando si va da un bravo psicologo si finisce per piangere un po'. Riascoltando "La ballata del mascheraio" e "Zia Nora" (che so benissimo da dove sono nate) c'è stata una lacrima liberatoria; anche laddove sembra si possa annidare un po' di malinconia, si gioca con essa per farla diventare un'allegra e funzionale nostalgia». Se pensiamo quindi all'uomo, Davide Bernasconi, oltre all'artista Davide Van De Sfroos, «questo disco mi ha giovato».

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COMMENTI
 

stevemay99 8 mesi fa su tio
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