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CANTONE"Bona la prima", elogio della spontaneità

12.11.20 - 06:30
Nel suo sesto disco solista Paolo Tomamichel ha ritrovato un approccio più immediato alle canzoni
MARCO GARBANI
"Bona la prima", elogio della spontaneità
Nel suo sesto disco solista Paolo Tomamichel ha ritrovato un approccio più immediato alle canzoni

LOCARNO - "Bona la prima" è il titolo del nuovo album di Paolo Tomamichel. Il cantautore originario di Bosco Gurin ha fatto sfociare le energie raccolte durante il lockdown in una ventina di composizioni, realizzate insieme alla compagna di vita e d'arte Sandra Eberle. 

I cd sono disponibili al prezzo di 20 franchi scrivendo direttamente a Paolo - tomamichelpao@gmail.com e https://www.facebook.com/ paolo.tomamichel/ -, ordinandoli presso Armando Dadò Editore Locarno o ancora, sono acquistabili presso Artis Maggia, Coop Bosco Gurin, Libreria-Cartoleria Locarnese, Chiosco Cattori (Coop) Losone e Dimensione Musica Locarno.

Partiamo dall'attualità: come vanno le cose per chi, come te, vive di musica?
«Ho la fortuna di essere chiamato quotidianamente a fare animazione in casa anziani: il 90% della mia attività la svolgevo all'interno delle varie strutture. Ora, presso alcune strutture suono all'esterno, microfonato, e gli ospiti ascoltano le canzoni all'interno e in tutta sicurezza. In altri casi mi esibisco in collegamento Skype. Purtroppo le ultime restrizioni di novembre non permettono più di entrare laddove in estate era possibile. Spero che con la vendita di questo album possa arrivare in qualche modo a fine anno, poi si vedrà».

Mentre le altre attività legate ai gruppi e alla tua carriera solistica?
«Pochissimo, come tutti del resto. Tutte le date che avremmo avuto nei fine settimana sono saltate».

Gli artisti vengono sufficientemente sostenuti dalle istituzioni?
«Le indennità cantonali mi hanno dato un aiuto: 5-600 franchi ogni mese tra maggio e agosto mi sono arrivati. Devo essere grato di questi fondi, perché ci sono stati momenti nei quali era difficile arrivare alla fine del mese. Lo è già di solito, come musicista indipendente, ma ora ancora di più. Ci dovrebbero essere ancora dei piccoli aiuti cantonali ma preferirei farne davvero a meno».

Sei un artista molto prolifico: a quanti dischi sei arrivato, con questo?
«È il sesto come cantautore, poi ci sono quelli con i gruppi. Sfrutto il fatto di aver allestito uno studio mio nel corso degli anni, così da registrare a costo zero. Le sessioni sono durate un mese, tra la fine di agosto e quella di settembre».

Cosa ti ha spinto a realizzare questo nuovo lavoro?
«Prima di tutto il bisogno di non fermarsi durante il lockdown, di avere un progetto e concentrarsi su quello».

Non si può dire che la pandemia non sia stata fonte d'ispirazione, giudicando da brani come "Andrà tutto bene..."
«È una goliardata, un invito alla prudenza ma anche una contestazione all'eccesso di ottimismo. Soprattutto quello degli svizzero-tedeschi (ai quali voglio bene, per metà lo sono anch'io se consideriamo i Walser come vallesani e, prima ancora, Germani). Nel ritornello spiego il mio punto di vista su quello che è stato, secondo me, il rilassamento estivo nei confronti del virus».

Prima c'era stata "Na man dal cél", con la quale chiedevi l'aiuto di San Nicolao della Flüe...
«Come singolo ha avuto ottimi riscontri. Io sono credente, ma non bigotto: questa preghiera in musica ha toccato tanta gente, che mi ha scritto in questi mesi e mi ha fatto molto piacere».

Perché il titolo "Bona la prima"?
«Dà conto dell'immediatezza di questo album. Mi preparo bene, suono la canzone, la registro e poi non la tocco più. È un lavoro basato sulla spontaneità. Al massimo un brano è stato ripetuto due volte, non di più. Non ho voluto perdermi in arrangiamenti elaborati e troppe sovraincisioni, come ho fatto negli anni passati».

Hai scelto una dimensione quasi da live, quindi.
«Mi sono sempre piaciuti molto, perché senti la dimensione artigianale - il rumore delle dita, il respiro. Anche gli errori sono più accettati, danno colore al brano. Quello dei software che modificano e alterano la musica non è un mio mondo».

È cambiato qualcosa nel tuo modo di creare e rapportarti alla musica?
«Ti confesso che raramente ascolto i vecchi dischi, lo faccio ma mi stanco facilmente. Sono molto critico ed è difficile che sia pienamente soddisfatto. Invece questa volta, stranamente, lo metto su spesso. Sarà merito dell'aver abbandonato la ricerca esasperata della perfezione e l'impazzire per ogni dettaglio... È il primo dei sei album solisti del quale sono veramente contento».

Una speranza per il futuro?
«Musicalmente, che si possa riprendere a fare concerti e presentare l'album dal vivo. Io e Sandra siamo pronti. Per il resto, che la pandemia finisca presto. D'altronde, come diceva mia nonna di Bosco Gurin, "le cose vanno come devono andare"».

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