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L'accordo sul clima approvato a Glasgow ha deluso. Dentro e fuori dai palazzi.
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14.11.2021 - 13:000

Il carbone, il "cattivo" che la CoP26 non ha sconfitto

L'accordo di Glasgow ha lasciato a molti l'amaro in bocca. Ma perché è così difficile abbandonarlo?

GLASGOW - «Annacquato». «Moscio». «Patetico». Quello firmato ieri a Glasgow, è un accordo che da un lato tiene vivi gli obiettivi climatici del pianeta ma al contempo fa storcere il naso a buona parte dei quasi 200 Paesi che nell'applauso, in chiusura della CoP26, forse celavano più sollievo che soddisfazione. Il summit non è infatti riuscito a sciogliere il nodo sul carbone, con l'India e la Cina che all'ultimo minuto hanno rimescolato le carte in tavola: diminuzione graduale invece di un'uscita a tappe. Ma perché dire basta al carbone è così complicato? Andiamo con ordine.

Secondo il recente rapporto "The Production Gap", realizzato in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, il carbone resta a oggi il "cattivo" principale della situazione. Nel tracciare un parallelo tra le previsioni produttive a base di carbone dei governi e i rispettivi obiettivi climatici entro il 2030, gli esperti prevedono una discrepanza pari al 240% rispetto alle quantità compatibili con una limitazione del riscaldamento globale a 1.5 gradi. Restando sulle cifre, al carbone sono attribuite circa un quinto del totale delle emissioni dei cosiddetti gas serra, a cui vanno sommate altre "esternalità" negative, che vanno dall'inquinamento alle malattie dell'apparato respiratorio.

Ma se da un lato il carbone appare una fonte energetica relativamente facile da rimpiazzare, dall'altro bisogna fare i conti con quelli che sono i suoi grandi punti di forza: di carbone ce n'è tanto e, di conseguenza, costa poco. Non solo. La richiesta di energia, con l'aumentare della popolazione, è in costante crescita e - sintetizza un'analisi dell'Associated Press - le energie rinnovabili, per quanto siano sempre più competitive in termini di prezzo, non sono sufficienti per soddisfare la domanda. È emblematica in questo senso la situazione dell'India, che a giochi quasi fatti ieri ha puntato i piedi in quel di Glasgow, forzando una revisione dell'accordo. Stando alle previsioni dell'AIE, l'Agenzia internazionale dell'energia, il Paese asiatico dovrà implementare nel corso dei prossimi vent'anni un'infrastruttura energetica grande quanto quella dell'intera Unione europea per far fronte all'incremento della richiesta previsto.

All'indomani della CoP26, si può dire che quell'azione «rapida» che, in questi ultimi mesi, una sequenza di campanelli di allarme aveva chiesto ai leader del pianeta si è manifestata solo in parte. Qualcuno, come il premier britannico Boris Johnson, ha parlato di «un grande passo avanti». Il presidente del summit, Alok Sharma, difende il pacchetto di misure previsto dall'accordo, pur riconoscendone le debolezze per quanto concerne il carbone e dicendosi «profondamente dispiaciuto». E infine c'è chi, come Greta Thunberg, ha liquidato il vertice scozzese definendolo un «bla, bla, bla». Tante parole, più o meno forti, che per il momento non sembrano in grado di soffiare via le nubi nerastre all'orizzonte.

Commenti
 
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NonilTicineseMedio 2 mesi fa su tio
Peccato come non venga mai preso in considerazione il nucleare, pulito quanto le rinnovabili ed altrettanto sicuro, pur essendo allo stesso tempo molto più facile da implementare, controllabile, affidabile e molto più efficiente da un punto di vista di terreno usato per terawatt/ora prodotto
seo56 2 mesi fa su tio
Ma basta… con questo ecoisterismo di massa!
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