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CANTONEL'idea controcorrente: «Ai giovani i social non fanno per forza male»

08.03.23 - 06:30
È la tesi dello studio HappyB, svolto fra l'Usi e Harvard, che verrà (in parte) svelato questo giovedì 9 marzo al liceo di Mendrisio
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L'idea controcorrente: «Ai giovani i social non fanno per forza male»
È la tesi dello studio HappyB, svolto fra l'Usi e Harvard, che verrà (in parte) svelato questo giovedì 9 marzo al liceo di Mendrisio

MENDRISIO - 4 licei del canton Ticino e 1’600 studenti, monitorati lungo un periodo di 24 mesi per capire quanto usano i social e quanto, questo loro utilizzo, li rende felici.

Sorvola l’oceano, dall’Usi fino ad Harvard, la ricerca della studiosa e dottoressa Laura Marciano che con il suo HappyB - questo il nome del progetto - mira a far luce su un aspetto spesso trascurato delle nuove tecnologie: ovvero la felicità e il benessere che possono portare a chi le utilizza, e soprattutto ai giovani.

Il bicchiere mezzo pieno
Trascurato perché, di solito, si tende a vedere la parte mezza vuota del bicchiere e il lato oscuro di Instagram, TikTok & affini: «A dire il vero anche io sono partita dagli effetti negativi che ho esplorato durante il mio dottorato, con il passare del tempo mi sono però accorta che bisognava andare oltre, ed era importante farlo», ci spiega Marciano, «questo perché ormai è chiaro che i social sono una parte importante di questa società e sono sempre più presenti, quindi è ora importante cercare di evidenziare, e comprendere, gli aspetti positivi in grado di generare felicità».

I social network, infatti, nascono come sistemi di connessione fra persone: «Sono risultati fondamentali, soprattutto durante il Covid - che tra l’altro ha reso la nostra società ancora più legata al web - permettendo a tantissime persone separate, dalle distanze e dalle restrizioni, di dialogare e scambiarsi informazioni. Insomma, ci hanno fatto sentire vicini».

Da Lugano ad Harvard
HappyB, che parte da un bando del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica, ha permesso poi alla ricercatrice di inserirsi in un discorso accademico di primo livello mondiale: «Quando sono arrivata ad Harvard e ho visto che anche lì si stava lavorando al “social media well being” è stata una grande soddisfazione, ho capito che il discorso era condiviso fra più studiosi, mi sono detta: “Ehi, c’ho azzeccato”», scherza ridendo Marciano.

 Iniziato nel 2022 il progetto si trova ora al giro di boa, e una parte dei risultati verrà presentata in pubblico questo giovedì 9 marzo (ore 20) all’auditorio del Liceo di Mendrisio in una serata a largo spettro dal titolo “Ragazzi digitali”. «Da settimana prossima partirà la terza e ultima parte di raccolta dati, e sono molto curiosa di sapere cosa ci diranno», spiega la ricercatrice.

Un'app sui cellulari dei ragazzi
Per un’analisi più approfondita sugli smartphone di 400 delle ragazze e dei ragazzi è stata installata un’app ad hoc che ha il compito di capire quanto lo smartphone viene utilizzato e gli stati d’animo dell’utente: «È stata progettata nel modo più etico e rispettoso possibile ed è stata pensata proprio per questo tipo di studi. Come funziona? Tiene conto del tempo d'utilizzo del dispositivo e fa regolarmente delle domande all'utente, sui suoi stati d'animo e sul suo uso del cellulare».

Una delle grandi sfide di questo studio è anche “aggirare” le barriere tecnologiche dei device: «Gli iPhone, che sono il modello più diffuso, hanno barriere abbastanza rigide per quanto riguarda cosa si può tracciare dall’esterno. L’ideale, in questo campo, sarebbe quello di collaborare direttamente con le piattaforme social, ma ciò è difficilmente possibile».

«Fa male l'abuso, ma anche il non uso»
«Diciamo che vale l’assunto più o meno universale che, di per sé, una cosa non fa male e a fare da discriminante è il tipo di uso che se ne fa. In generale per i social si può dire che si entra nel campo della nocività quando l’uso è eccessivo, e quindi si erode il tempo che dovrebbe essere dedicato ad altre attività, oppure quando è nullo e si finisce “sconnessi” dagli altri».

Per quanto riguardo l’aspetto della socialità, va evidenziato anche il delicatissimo contesto di sviluppo in cui si trovano ragazze e ragazzi: «L’'adolescenza è un periodo particolare del percorso umano, unico e affascinante. È anche un momento in cui il cervello cambia tantissimo».

«Il nostro obiettivo è quello di tentare di spiegare a genitori e ragazzi questa cosa: “Sei in un periodo della tua vita in cui tu sei fatta/o così e il tuo cervello funziona così, tentiamo quindi di prendere il meglio dal tuo modo di usare i social e limitiamo invece gli aspetti negativi”. Insomma, vogliamo arrivare a capire qual è l’uso “giusto” di queste tecnologie, il tutto passando per la chiave di consapevolezza».

COMMENTI
 

Kelt 12 mesi fa su tio
Bill Gates e Steve Jobs vietavano severamente l'uso della tecnologia ai figli sotto i 18 anni. Il fondatore di Twitter E. Williams dichiara "conosco i pericoli della tecnologia e non la metterò mai in mano ai miei figli". Altre decine di guru della Silicon Valley fanno frequentare ai figli scuole dove si va in divisa, ci sono solo lavagne coi gessi e si leggono tonnellate di libri. Magari sarebbe il caso di farglieli usare dopo i 18 anni. Non che io voglia demonizzare nulla ma i risultati sulle capacità di analisi e concentrazione dei nostri ragazzi sono sotto gli occhi di tutti. E chi ha creato questo universo digitale irreale non vi fa accedere i propri figli. Poi valutate voi
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